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Circa nel novecento, all'inizio, circolavano per le piazze delle grandi città e per le vie di alcune province occupate, delle voci di un certo Cerletti che aveva capito come si doveva curare una quantità di malattie mentali che oramai con il mercurio non ce la si faceva più e anche altri sistemi non funzionavano; la schizofrenia era la malattia più gettonata da Cerletti e poi non solo perchè oltre ai disturbi sulla personalità c'erano i disturbi di animo che finalmente potevano essere curati. Questo dottore Cerletti applicava due elettrodi molto grandi sulle tempie che sembravano delle cuffie per ascoltare la musica e poi dava una scarica elettrica pigiando su di un interruttore dell'energia elettrica, diceva che questa operazione serviva per rimettere le rotelle a loro posto, attraverso una specie di sedazione parziale dell'attività neuronale che consentiva al malato di rimanere stordito per diverso tempo, salvo complicazioni dirette sull'attività periferica. La gente era così contenta di questa pratica che anche i genitori dei matti ce li portavano da Cerletti per chiedergli una sistematina; e Cerletti ha sempre detto "si può fare" finchè qualcosa cominciava a puzzare nell'aria. Questa operazione poi nel tempo classificata come Elettroshock ha permesso a molta gente di liberarsi da qualche peso, inconsistente, che alle volte circola nel cervello. Quelli che scoprivano di essere circondati da un matto andavano subito da Cerletti e gli chiedevano come potevano fare, quali fossero le procedure da seguire, ma lui con la macchina nello studio diceva "facciamo subito...ho tutto il necessario io qui...in laboratorio".
Direi che sia importante soffermarsi su questa sfumatura dell'elettroshock per capire meglio dei passaggi che riguardano l'umanità, un certo sentimento dell'umanità storica, nel corso del tempo. E' anche importante riflettere sulle invenzioni degli uomini per concepire una direzione, una scelta nella quale gravitano esigenze, interessi, patrimoni spirituali che debbono essere custoditi e rielaborati nel tempo. Quasi tutta l'arte, come sostiene Jean Dubuffet è costituita da delle fonti creatrici, protettrici di un potere emotivo in grado di renderle osservatrici particolari agli occhi di un certo tipo di gente. La bellezza come sostiene appunto Dubuffet "non può essere di tutti, ancora meno essere creata da qualcuno che è in tutti quanti".
E' indispensabile quindi pensare al concetto di bellezza come a qualcosa che si estranea da un certo sentimento comune, diventa un nuovo modo di essere; può essere estetico, può essere emotivo o può anche essere Cerletti in persona. E' stata fatta molta confusione sulla classificazione del concetto, ogni epoca ha saputo darne una precisa definizione mancando al respiro interminabile che la stessa parola possiede : BELLEZZA. Esistono parole che non terminano mai, non hanno alcun valore all'interno di un sistema di simboli precisi eppure assumono valore assoluto quando i simboli entrano in contatto con i sentimenti che le parole producono ma sopratutto con le cose che gli stanno accanto.
Quello che è importante è dissociare il concetto di bello dal concetto di Piacevole; il piacere è un sentimento che tutti gli esseri viventi possiedono, si applica spingendo il pollice sulla zona occipitale del cervello dalla quale esce una sostanza che procura una specie di sensazione felice nel corpo e nella mente spirituale; l'esperienza del piacevole è qualcosa a cui tutti gli esseri viventi sono abbonati e non vi è scampo all'esperienza dal momento in cui siamo occupanti. Il bello non è nel piacere o meglio, si estranea perchè esiste mai all'occorrenza del piacere, ma a se ogni qual volta il linguaggio (una particolare alchimia del linguaggio) lo consente. E' come una valvola di apertura verso un infinito di similitudini che cercano una risalita verso il termine originale ma che non la raggiungono mai. L'originale è incondivisivile perchè vive nel cuore delle sensazioni e come tale non può essere comunicato ma sperimentato all'infinito. Così la parola bellezza si potrebbe inserire in quell'area eterea dei significanti, ovvero in quel luogo dove le dimostrazioni sono solo vani tentativi di dimestichezza ormonale.
Qualche filosofo che non mi ricordo diceva che la prospettiva con il quale si osserva un oggetto cambia radicalmente da individuo a individuo, quello che l'arte propone è una ricerca legata alla "prospettiva unica" con il quale si può osservare un oggetto, un contenuto. Si potrebbe pensare con ciò che la bellezza discenda da un esperienza piacevole, ma non è assolutamente così. Come ci insegna Carrol Lewis in Alice nel paese delle Meraviglie, gran parte dei piaceri vive in una condizione tutt'altro che bella, molte volte il piacevole è custodito dai disgraziati, da chi non ha ne capo ne coda e non è in grado di assimilare nulla al di fuori di una sensazione brivida che lo trapassa e lo fa finire nel patologico. Il patologico è sempre qualche cosa che riguarda un po tutti e fondamentalmente la bellezza parte proprio dal patologico.
Con ciò torniamo a Cerletti che in studio tirava delle scariche elettriche a della gente che possedeva disturbi più o meno gravi, ma che dentro di se viveva, sentiva, odorava, piangeva e rideva. E' molto importante pensare alle persone come persone e non come semplici persone; nell'irrazionalità di un pensiero si custodisce gran parte del patrimonio emotivo dell'intera umanità; e non bisogna mai distaccarsi completamente da una certa prospettiva, da un certo linguaggio che delle volte appare surreale oppure incomprensibile; in quel punto, quando non si capisce niente non significa che non c'è niente da capire, ma che qualcosa può essere compreso realmente senza filtri o linguaggi veicolari. Certe popolazioni primigene utilizzavano come strumento di linguaggio esclusivamente gli oggetti, i messaggi visivi privi di qualsiasi altro interruttore sensoriale. Questo permetteva una condivisione profonda dei contenuti, delle emozioni ma sopratutto delle intenzioni con il quale gli individui si dimostravano unici nel loro sopravvivere. Sviluppare un concetto attraverso il senso originale che lo ha elaborato, non è altro che il miglior modo per sviluppare intensamente un pensiero, un immagine, una bellezza.
Il senso della vista di per se è un concentrato importantissimo di bellezza, la messa a fuoco e la mira sono i due punti di forza a livello sensoriale che un individuo possiede dalla matura nascita. Eliminiamo quell'assurdo concetto della proiocezione post freudiana che può creare solo problemi e picchi di malessere (gli specchi sono troppo complessi da poter smascherare così...con un discorso a due mani ma sopratutto, con la facilità di un discorso). La messa a fuoco concede la comprensione effettiva di un oggetto, la mira ne prende le distanze toccando l'oggetto esclusivamente con la mente e con la carne. Ogni cosa, sensazione, pulsione è esclusivamente veicolata da questi due punti originali : la messa a fuoco e la mira.
L'oblio che per Manfred potrebbe essere un premio, non ha dei codici di decifrazioni tali che ci permettono di classificarla come malattia, tanto è vero che la parola Folle oggi può voler dire tutto o niente; eppure mira ad un punto preciso. Per folle potremo indicare una persona che dice cose senza senso all'interno di una discussione mirata, nel gergo della psicologia questa esperienza viene classificata come miss-comunicating; oppure per folle possiamo dire di un individuo che ha preso una scelta che mette alla prova il proprio coraggio fino in fondo o che semplicemente non viene condivisa da chi gli sta attorno.
Certi uomini come sosteneva Poe nei suoi racconti, si lasciano tradire dal proprio intuito, ovvero non si rendono mai partecipi fino in fondo della propria vita a causa di una qualche forza più grande di loro che gli scorre in corpo, che non viene percepita realmente come talento, ma che avanza ottenebrata da tante necessità, verso un fine. Baudelaire questa particolare dote intuitiva la chiamava Spleen che è una parola che deriva dal greco che significa sia milza che Angoscia meditativa. In qualche dialetto la si dice come Fregola, ovvero un fuoco che ti fa stare in movimento di continuo con i piedi e con la testa, e non è mai sazio questo fuoco e non è classificabile come sensazione pura, eppure appartiene ad un originalità primigena dell'individuo. E questo canale del linguaggio penso che miri direttamente al punto cruciale di una fonte creatrice, ovvero l'idea.
Le idee tendenzialmente vivono in un luogo bagnato, lontane dai termosifoni e dalle fonti di calore, necessitano di guanti per essere toccate ma sopratutto, hanno la capacità di star dentro solo al cervello di chi le ha create – possono essere spostate di cervello in cervello anche se per loro non è più come prima. Vengono accoppiate con un procedimento molto complesso che mette in moto diverse scariche neuronali miste a ingegni creativi; le idee tendenzialmente sono solitarie anche se di tanto in tanto trovano posto accanto ad altre idee. Quello che è importante è tenerle lontane nella stagione delle rivendicazioni, lì può essere pericolosissimo accoppiarne due simili, si rischia di ottenere un idea più piccola e deforme, più brutta. Nel periodo di gestazione necessitano alimentazione scarsa, alcuni utilizzano l'alcool e le droghe per permettergli di crescere con migliore facilità ma può essere pericoloso perchè le idee quando hanno bisogno di farsi le ossa hanno bisogno di un allenamento molto forte nelle cervella e la drogha insieme all'alcool può creare dei rischi. Per questo è consigliato bere molto cafè e fumare parecchio tabacco affinchè una certa tranquillità mista a fregola possa permettere all'idea di venir fuori con migliore bellezza. Tendenzialmente le idee possono essere : astute, del cazzo, buone, cattive, grandi o piccole a differenza di come vengono partorite. Alcuni ci mettono una lampadina sulla testa di chi le ha fatte ma non è indispensabile, diciamo che potrebbe essere rischioso darci così tanta importanza sin da subito, appena nate. Il periodo più rischioso per la vita di un idea è compreso tra il parto ed i primi mesi di vita : lì ci può essere un tracollo così pesante che l'idea stessa può morire. L'età media di un idea può raggiungere i mille-duemila anni qualora faccia molta attività fisica, se si sposta da un cervello a un altro è in grado di vivere all'infinito. Capita delle volte che ci siano degli scontri tra idee, in quei casi può esserci una vera e propria guerra – queste battaglie vengono condotte da degli esseri umani che indossano le idee travestendole da opinioni; gli scontri portano sempre un vincitore e un perdente, all'idea perdente inoltre vengono dati dei giorni di quarantena per riflettere sui motivi della sconfitta. Infine, quando un idea muore vengono sparse le sue ceneri subito dopo la crematura, queste ceneri si alzano al cielo e diventano una creatura molto piccola, ancora più piccola dei moscerini : uno spunto.
Eppure le idee valgono niente se non ci sono uomini che le sanno maneggiare, portare fino in fondo nel loro operato; c'è una forte distinzione tra chi sa portare un idea e chi l'abbraccia; vi è uno scarto generazionale non indifferente che non consente all'indossatore di padroneggiare il pensiero racchiuso nell'idea, ma solo comprimere fino al suo significante il contenuto dell'idea; il significato verrà compreso definitivamente dal portatore di idea, da chi ha reso valida la malattia mentale e le sue conseguenze.
Ma per fare ciò è considerevole pensare agli uomini come individui e non come persone; persona in greco significa maschera e penso che non ci si può allontanare tanto da questo concetto se noi pensiamo gli uomini come persone, individuo invece significa indivisibile, qualcosa che vive in una parte segretamente custodita dagli occhi di molti e non può essere prosciolta e nemmeno schiacciata in altra misura. Il termine individuo oggi è semplicemente relegato alla forza lavoro che possiedono un paio di gambe, due braccia, un colon, due occhi e qualche guazzabuglio qua e la di sentimenti più o meno servili. Il sistema capitalistico non permette il tempo, chiede solo il prodotto netto che in una vita un essere umano può costruire. Con ciò tutto quello che riguarda il personale dev'essere temporeggiato, misurato, calcolato nei minimi dettagli; non vi dev'essere l'ingresso della scelta negli individui, vi dev'essere solo il dubbio e la possibilità della scelta, ma la scelta vera e propria dev'essere mai presente. Kierkegaard aveva compreso il valore delle scelte attraverso un trattato intitolato Aut-aut nel quale divideva gli uomini in due categorie (che sceglie e chi è scelto), dando un peso unitario alle due parti. In questo trattato viene messo in evidenza il valore di chi è scelto, ovvero il capitano che manda la propria nave allo sbaraglio dopo aver abbandonato la scelta, o meglio, averla compresa troppo tardi; in questo caso chi ha scelto per il capitano è chi sconfiggerà il capitano. In questo fatto, dell'essere scelti, gravita un destino piuttosto feroce che solitamente chiamiamo disastroso, ma disastro deriva da una composizione di dis-astrum, e astrum significa astro, cattivo astro quindi, il che vuol dire che il destino di tutti gli esseri umani in questa parola è davvero presente senza alcun permesso o intercessione linguistica.
Addirittura questa parola, disastro, rigurda il cosmo, il moto cosmico degli astri che ci permettono di conoscere profondamente lo spirito degli uomini attraverso il cielo e i movimenti notturni degli astri; si potrebbe pensare quindi che la parola disastro non è così disastrosa, riguarda un po tutti ed è qualcosa di imprescindibile dall'essere al mondo, dall'essere vivi. In effetti chi è scelto ha una visione molto più nitida del proprio destino, o perlomeno crede di averla in quanto non possedendo l'alone oscuro del dubbio è direzionato fuori dalle proprie capacità da qualcun'altro. E questo qualcun'altro molte volte non è altro che un pugno di sabbia che lentamente svanisce con il freddo gelido dell'inverno sul marittimo lunare. E' senza ombra di dubbio importante rimanere a galla per non smettere di respirare, soffocarsi con le angoscie e continuare a sperare...stupidamente sopravvive tutto ciò che è supplicante o suppilicato...occuparsi unicamente di un qualche rigore, di una qualche disciplina che ci permea nel tempo e ci fa lentamente divenire un individuo, una presenza urgente.
Francesco Menozzi
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