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Critica attorno a "La vera vita di Sebastian Knight"

di Vladimir Nabokov

A cura di Andrea Gussago

La vera vita di Sebastian Knight

di Vladimir Nabokov

 

   Prima che l’Oulipo di Queneau e Calvino mettesse lo specchio di fronte al romanzo per chiamare l’immagine riflessavi “antiromanzo”; prima che un’allegra brigata di buontemponi affondasse le mani nelle interiora della letteratura per smontarle e rimontarle in una indecifrabile creatura, affibbiando a questo traballante mostro il nome di “postmoderno”; prima che questi circoli, correnti e avanguardie, con tanto di manifesti sottoscritti, ribaltassero o triturassero il corpo inerte del romanzo, uno schivo emigrè russo, girando l’Europa e l’America in cerca di lepidotteri, affermava con sciolta indifferenza, quasi si trattasse di spiegare per la millesima volta a una distratta scolaresca l’elementare teoria della gravità, che il genere romanzo non esiste; gli altri si affannino pure, se credono, a staccare e incollare etichette su una scatola vuota. Ogni romanzo è a sé, e va giudicato su un unico criterio: quello del talento. Le ultime mode in fatto di letteratura non giustificano le buche lasciate scoperte da uno scrittore mediocre, né spiegano la fulgida bellezza di una frase, di un aggettivo o di un libro intero.

   Forse per questo motivo i romanzi di Vladimir Nabokov assumono le forme più inverosimili: ora sembrano attorcigliarsi a spirale su se stessi contorcendosi fino a quasi non vederci altro che un groviglio di spire, salvo poi trasformarsi, proprio all’ultimo momento, in un semplice anello circolare (Il dono); altre volte prendono le fattezze di un binario su cui corrono placide e parallele le rotaie di un treno, il quale scopre solo giunto a destinazione che si trova in realtà su di una monorotaia (Fuoco pallido). Torneremo più avanti sulla tecnica di composizione nabokoviana: per il momento basti sapere che essa fa un esemplare sfoggio delle proprie potenzialità proprio nella Vera vita di Sebastian Knight.

   L’intelaiatura su cui Nabokov fa ruotare le sue mirabolanti invenzioni e innesta i suoi complicati marchingegni è l’ossuta struttura di una trama semplice. Il famoso scrittore Sebastian Knight muore in un letto d’ospedale all’inizio del 1936 per l’aggravarsi di problemi al cuore: poco tempo dopo il fratellastro, di sei anni più giovane, recupera fortunosamente il diario di una vecchia signora; sfogliandolo scopre che esso appartiene alla governante che aveva accudito nella stessa casa, uno dopo l’altro, i due fratellastri fino alla loro fuga dalla Russia. Le schematiche informazioni tracciate sulla carta dall’anziana signora offrono al futuro biografo lo spunto per affrontare lo sfuggente passato dello scrittore; dopo aver percorso l’Europa sulle orme del fratello, finendo spesso su false piste e scontrandosi con il silenzio e le bugie di interlocutori reticenti, ne ricostruirà a suo modo la frammentata vicenda, dove “un pensiero-immagine, poi un altro, si infrangono sulla spiaggia della consapevolezza”; pubblicherà insomma La vera vita di Sebastian Knight. Ma proprio quando la ricerca dovrebbe concludersi, al capezzale di Sebastian, improvvisamente si riapre, lasciando al lettore la sensazione che ”la ‘soluzione assoluta” è lì, in qualche posto, celata in qualche passo che ho letto troppo in fretta, e confusa con altre parole la cui maschera familiare mi ha ingannato”.

   Ma quelle viste finora non sono che le mura della reggia, di cui abbiamo indovinato, tra le sbarre del cancello d’ingresso, i verdi corridoi di siepi e gli scintillanti zampilli d’acqua tuffati nelle bocche pazienti di rugose fontane. Ed ecco che subito vorremmo affondarvi dentro le braccia, sollevare grondanti perle tra i palmi per lasciarle rotolare tra le dita e osservarle perdersi in superficie, non prima di averci lanciato un saluto argentino (plic!). Eppure questo splendido regno, in cui tutte le forme di vita che vengono toccate prendono un’esistenza propria, una personalità per nulla differente da quella di un essere umano, può trasformarsi in un’arida distesa di sassi e rovi abbrustoliti, un torrido deserto spazzato da venti invisibili che frustano gli occhi e riempiono i polmoni di sabbia. Il lettore ingenuo, abituato agli enigmi del dopocena dalle sonnolente soluzioni, troverà ad attenderlo quest’ultimo, raggelante scenario, e non c’è dubbio che ciabatterà in tutta fretta verso la libreria per riporre, con uno sbuffo di sollievo, il libro nello scaffale meno accessibile.

   Insomma, solo i lettori dai sensi acuti e con scarpe robuste hanno il lasciapassare per il parco delle meraviglie; per gli altri, le baffute guardie all’ingresso non solleveranno mai le minacciose alabarde.

 

 

 

 

 

 

I

 

Sebastian Knight è un romanzo che tratta diversi temi, alcuni dei quali sono evidenti, espliciti, stanno per così dire in superficie; altri suonano in contrappunto piazzando qualche nota qua e là nella melodia e poi riprendono a fluttuare tra le righe del proprio pentagramma.

    Se da una parte è vero che ogni tema obbliga chi vi transita sopra a seguire un preciso codice, un corpus di norme dalle quali non ci si può sottrarre, dall’altra è altrettanto vero che Nabokov, con le sua ineguagliata elusività, é il solo capace di manipolarle, giocherellandoci a piacimento per dare fiato alla propria fantasia proprio laddove gli altri non vedono che sbarre e cartelli di divieto. Vediamo come ci riesce con il tema più epidermico tra tutti, ovvero il tema dell’indagine.

   La voce narrante, il biografo e fratello innominato (lo si tenga presente, più avanti questa mancanza di nome ci tornerà utile per formulare un’ipotesi sul finale) tenta di riempire un’immagine alla volta la pagina bianca del passato di Sebastian, ma il riempimento non procede né da destra verso sinistra né dall’alto verso il basso, bensì a macchie, a zone di concentrazione, come se il foglio di giornale sotto l’impalcatura degli imbianchini ci restituisse, goccia dopo goccia, il ritratto di una persona conosciuta. Quando però ci attendiamo che la prossima macchia colata dal pennello degli svagati imbianchini vada a rapprendersi tra il naso e il labbro superiore della figura per tracciare un paio di bei baffoni, che spiccano davvero sull’uomo che pensiamo di aver riconosciuto, ecco che invece la vernice finisce sulla tempia e disegna una voglia a forma di barchetta che il nostro conoscente non ha affatto. Allo stesso modo tra depistaggi, coincidenze vere ed artificiali e curiosi fraintendimenti si svolge l’indagine del biografo.

   Ad esempio, gli unici personaggi che sfuggono alla ricerca dell’autore sono proprio i due che più avrebbero da raccontare sulla vita di Sebastian. Il primo di questi personaggi è Clara, la malinconica ragazza che condivide per sei anni, dal 1924 al 1930, le speranze, i successi, le frustrazioni e gli umori dello scrittore, e che rifiuta di sciogliere i nodi del pacchetto in cui conserva i ricordi della propria vita con Sebastian.  Il secondo è una misteriosa donna per cui Sebastian perde la testa durante il soggiorno a Blauberg, località alsaziana dalle vivificanti proprietà suggeritogli dal dottore per curare il disturbo al cuore; è sulle tracce di questa donna che l’autore spende la maggior parte delle proprie risorse, ma quando finalmente la rintraccia lei finge di essere un’amica e di Nina (questo è il suo nome) afferma con sicurezza che essa ricorda a malapena una frivola avventura con un tedioso scrittore russo; é solo grazie a una bizzarra coincidenza che l’inganno viene scoperto.

   Insomma, la rocambolesca indagine dell’autore finisce spesso sul punto di inabissarsi; ma proprio quando le reticenze e i depistaggi, voluti o involontari, mandano fuori rotta la ricerca, ecco che d’un tratto, senza darsi la briga di avvisare, il destino si mette di mezzo e travestito da folata di vento fa sterzare il timone nella giusta direzione. Lo si è appena visto nell’episodio di Nina, la cui maschera viene strappata da una improbabile e repentina combinazione di eventi. Un altro esempio: di ritorno dall’Alsazia dove si è recato per seguire senza successo l’unica traccia di Nina, l’autore sale sul treno che lo riporterà a casa; la consapevolezza di aver fallito non gli dà pace e l’unica prospettiva plausibile è quella di rinunciare a scrivere il libro sul fratellastro; per giunta il fastidioso compagno di scompartimento, un grottesco ometto che vende cuoio, lo importuna con le sue rudimentali conoscenze della lingua russa; quando tutto sembra volgergli contro, il destino gli viene in soccorso ancora una volta facendogli scoprire nel triviale dirimpettaio un ex poliziotto che, nel giro di pochi giorni, scova le quattro donne tra le quali si cela l’amante di Sebastian.

   Dunque è vero che quella dell’autore resta pur sempre un’indagine, ma il procedere fortuito, a tratti comico, a salti e balzelli per così dire ne fanno piuttosto la parodia di un’indagine.

   Sulla scorta di questa considerazione prendiamo spunto per gettare luce su un’altra serie di corrispondenze, queste per nulla accidentali, tra il libro che l’autore scrive su Sebastian Knight, La vera vita di Sebastian Knight appunto, e i romanzi pubblicati da Sebastian di cui il fratellastro dà ampi commenti lungo la sua biografia.

   Caleidoscopio è il primo romanzo di Knight e l’autore lo commenta così:

 

Basato abilmente sulla parodia di certi trucchi del commercio letterario, Caleidoscopio si spinge alto nel cielo […] Come spesso gli succedeva, Sebastian si serviva della parodia come d’una specie di trampolino per raggiungere le più alte vette dell’emozione […] Caleidoscopio non è soltanto una brillante parodia di un racconto poliziesco; è una feroce presa in giro di varie altre cose […]

 

   E’ già stato evidenziato come anche La vera vita di Sebastian Knight sia, tra le altre cose, anch’essa la parodia di un genere, la biografia romanzata, che l’autore definisce “di gran lunga il peggior genere letterario mai inventato”.

   Il secondo romanzo di Sebastian Knight s’intitola Successo ed è la storia dell’incontro, apparentemente casuale, tra un viaggiatore di commercio e una ragazza, assistente di un prestigiatore, all’interno di un’automobile di proprietà di uno sconosciuto in un giorno di sciopero dei bus; in seguito i due saranno per sempre felici insieme. Ma ciò che davvero colpisce non è tanto la formula in sé, quanto il lavoro che lo scrittore compie per mettere a nudo i congegni che il destino adopera per far incontrare le due esistenze:

 

L’intero lavoro [è] in realtà un mirabolante gioco di casualità o, se preferite, la dimostrazione del segreto etiologico di avvenimenti fortuiti. Le probabilità sembrano infinite. Svariate direzione sono seguite nelle indagini con diverso successo. […] In due casi sembra che il fato avesse predisposto tale incontro con la massima cura; sfiorando ora questa possibilità, ora quest’altra; celando vie d’uscita e dipingendo a fresco cartelli indicatori […] Ma ogni volta un minimo errore (l’ombra di una crepa, la buca chiusa di una imprevista possibilità, un capriccio del libero arbitrio) sciupa il piacere delle due anime gemelle e le due vite divergono nuovamente con maggiore rapidità […] Ma il fato è troppo perseverante per lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi. E quando finalmente il successo gli arride, è grazie a un congegno così perfetto che non si sente il minimo rumore quando i due vengono a contatto.

 

Dunque sotto il telaio esterno romba ancora il motore di un’indagine, anche stavolta del tutto singolare; ma è chiaro che le coincidenze vere o apparenti, gli avvenimenti fortuiti e i depistaggi che animano Successo non fanno che irrobustire la corda tesa tra La vera vita di Sebastian Knight e i romanzi dello scrittore, e a questo punto un lettore sensibile dovrebbe aver già scorto, per l’appunto, “l’ombra di una crepa” nella barriera tra verità e finzione.

   Lo strano asfodelo (tralasciamo l’autobiografico Proprietà perduta e La buffa montagna, il cui titolo suona come la parodia de La montagna incantata del vituperato Thomas Mann) é l’ultimo romanzo e il capolavoro di Sebastian Knight, scritto nella fase terminale della malattia che lo porterà di lì a breve nella tomba.  E la storia è infatti quella di un uomo che sta morendo. Ma questa non è che la più banale coincidenza: un esercito di corrispondenze tra il libro e La vera vita di Sebastian Knight si leva dalle brume e si getta addosso al lettore. Eccone qualche esempio. Ne Lo strano asfodelo un vecchio viene consolato da un’affettuosa ragazza in lutto; nella biografia di Sebastian Elena Grinstein, una falsa pista nella ricerca dell’amante, entra in scena proprio nell’atto di consolare un vecchio a un funerale. Nel libro di Sebastian uno scienziato svizzero uccide l’amante in un albergo e poi si toglie la vita; il direttore dell’albergo in Alsazia riferisce al fratellastro il caso di una coppia di suicidi svizzeri che avevano occupato le stanze dello stesso albergo qualche anno prima. Ne Lo strano asfodelo compare una bellissima primadonna che sciupa le scarpine argentate entrando in una pozzanghera; le nuove scarpette argentate di Clara brillano mentre lei aspetta un tassì appena sotto casa.

   Che Lo strano asfodelo sia in realtà…? Sembrerebbe, tanto più che sull’identità  del moribondo non si alza mai il paravento (così come nulla o quasi sappiamo sull’identità dell’autore de La vera vita di Sebastian Knight). Di più, che il morente sia davvero un uomo non lo si può dare per scontato, perché “l’uomo è il libro; è il libro che sta alzandosi e morendo, come un fantasma”. Non siamo forse alle soglie della fine anche del nostro romanzo? Il commento a Lo strano asfodelo appare infatti appena prima della lettera di Sebastian al fratellastro, l’ultima, che lo avvisa della propria permanenza in un sanatorio appena fuori Parigi: egli sente che sta per morire e, col suo stile bislacco, lo chiama al capezzale.

   Insomma, mentre leggiamo il commento de Lo strano asfodelo non possiamo fare a meno di pensare che il romanzo in questione sia, piuttosto, La vera vita di Sebastian Knight.

   Ma è davvero così?

   No, naturalmente; Lo strano asfodelo è solo l’estrema cortina di fumo alzata da Nabokov, il miglior trucco del prestigiatore, dove la tecnica raggiunge la sua perfezione. Ma tra il libro di Sebastian e quello su Sebastian permane una certa distanza, l’appartenenza a due mondi simili che seppur entrambi irreali rimangono ben distinti tra loro.

 Quando il fratellastro, dopo aver superato una serie di improbabili ostacoli giunge finalmente all’ospedale dove è ricoverato Sebastian per ascoltarne la rivelazione decisiva, un’ennesima, banale incomprensione fa saltare l’incontro: Sebastian non è quel paziente che l’autore ascolta (ma non vede) agonizzare nel letto, e sulle cui possibilità di recupero l’infermiera si è espressa con pallido ottimismo, perché il custode, duro d’animo e d’orecchi, lo ha indirizzato sì nella stanza di un signore inglese gravemente malato il cui cognome inizia per K, ma la stanza non è quella di Sebastian Knight, bensì quella di Mr. Kegan. Il signor Knight è morto la sera precedente, prima di poter annunciare al fratello la ‘soluzione assoluta’ che, come anticipato ne Lo strano asfodelo, si nasconde tra le pieghe di qualche pagina letta in fretta, dietro la maschera di parole la cui familiarità ci ha ingannato.

   Ma se la soluzione alla vita e al lavoro di Sebastian Knight rimane celata, non altrettanto lo è il segreto, o per meglio dire la rivelazione, che racchiude entrambi:

 

             

Qualsiasi fosse il suo segreto, avevo appreso un segreto anch’io, e cioè: che l’anima non è che un modo di essere – non una condizione costante –, che qualsiasi anima può essere la vostra, purché la troviate e seguiate il suo andamento. La vita futura risiede nella grande abilità di vivere coscientemente nell’anima scelta, tra infinite anime, tutte inconsce del loro intercambiabile fardello. Così – io sono Sebastian Knight […] la maschera di Sebastian mi è saldata sul volto, la rassomiglianza non si toglie più. Io sono Sebastian Knight, o Sebastian è me, o forse entrambi siamo qualcuno che né l’uno né l’altro conosce.

 

 Si può finalmente affermare che l’identità è stabilita? E quindi Sebastian Knight, che già aveva dato prova di essere un temerario sperimentatore della forma romanzo, non è nient’altro che sé stesso nell’atto di tracciare una inconsueta autobiografia?

Nient’affatto, perché allo stesso modo, rovesciando la prospettiva, potremmo scorgere nell’autore de La vera vita di Sebastian Knight l’unico, vero scrittore esistente, e in Sebastian una creatura tra le altre della sua immaginazione: se ruotiamo di mezzo giro la carta del re di quadri quello che abbiamo sotto gli occhi è lo stesso re di quadri.

Ma interrogarci all’infinito sull’identità di Sebastian non ha alcun senso, esattamente come non ha alcun senso ruotare all’infinito la carta che teniamo tra le mani cercando di capire quale dei due sia il vero re di quadri. La possibilità di entrare e uscire da un’anima, eludere la gabbia della personalità: questo è il segreto che Sebastian si porta nella tomba, ed è il segreto di pulcinella che ogni scrittore conosce.

 

 

 

 

III

 

La morte e la rinascita di uno scrittore è il soggetto scelto da Nabokov per il suo primo romanzo in lingua inglese, dopo che con Il Dono chiude il ciclo dei romanzi scritti nella madrelingua russa: il parallelo tra le due situazioni risulta fin troppo scontato. Ma le conseguenze del cambio di vocabolario non si manifestano semplicemente nella scelta del soggetto; a ben guardare, sotto l’ingannevole superficie d’acqua, increspata ad arte da onde posticce, un fondale del tutto nuovo sorregge il corpo del romanzo.

Il rapporto tra narratore e personaggi si sfilaccia, assume toni più impersonali. Che Nabokov, dispotico tiranno delle proprie creature, muovesse con mano ferma i fili dei loro destini, come un ameno burattinaio, era chiaro fin dai suoi esordi: ma ne La vera vita di Sebastian Knight, pur mantenendo una solida e distaccata presa sulle sue marionette, rinuncia a metterne a nudo i lati umani, che in Nabokov coincidono quasi sempre con quelli grotteschi (come non pensare a Re, Donna, Fante oppure Disperazione?); esplicitandone il ruolo di artefatti di legno nascosti da maschere intercambiabili, infatti, sembra negar loro l’umanità viva e palpitante dei romanzi russi. Mai come in Sebastian Knight Nabokov si astiene dall’entrare nella seppur minima comunione con i suoi personaggi quasi temendo, autoprivatosi di un confortevole repertorio di parole ed espressioni a cui dare la necessaria confidenza, di non poterli realmente animare. Quindici anni dopo, con un apprendistato di una manciata di romanzi alle spalle, darà vita a due tra le più drammatiche e intense figure della sua produzione e della letteratura del Novecento: il professor Humbert Humbert e Lolita.

Ed è per sopperire a questa mancata empatia che l’autore sviluppa e raffina una tecnica compositiva fino a quel momento ineguagliata (e che verrà superata solo da Fuoco Pallido, più di un decennio dopo), dove il reticolo di corrispondenze, depistaggi e coincidenze si fa talmente fitto che il tentativo di districarlo costituisce un gioco a sé, che solo in apparenza risulta indipendente dalla storia; in realtà si tratta dell’ennesimo piano di lettura di un romanzo che, al pari degli altri di Nabokov, presenta una incredibile fioritura di riferimenti sia interni che esterni, in particolare alla letteratura dell’Ottocento (detto en passant, l’espediente del manoscritto ritrovato e il tema delle maschere sono i due più evidenti).

Quello che Nabokov ci offre ne La vera vita di Sebastian Knight è dunque un finissimo divertissement, o meglio uno splendido giocattolo dal telaio trasparente che mostra compiaciuto la perfetta sincronia dei propri meccanismi; un automa dalle sembianze umane che in fondo, celato tra la dentellatura di una ruota e il nastro di una cinghia, possiede in embrione la consapevolezza di potersi trasformare, un giorno, in una creatura vivente.

 

 

                                                          Andrea Gussago





Per contattare Andrea Gussago, scrivere a: andrea.gussago@gmail.com