Brani scelti
Poesie scelteBrandelli di musica
Brani di lettura
Articoli
"IL BELLO E IL PIACEVOLE : Da Cerletti a Dubuffet e da Dubuffet a Cerletti" - di Francesco Menozzi
L’accidioso stupore di Carlo Vallini - a cura di Alessandro Di Nicola
Critica attorno a "La vera vita di Sebastian Knight" - di Andrea Gussago
"Solitudine e malattia in Cesare Pavese" - a cura di Fabrizio Bandini
Bruno Benuzzi: Vermeer in Pelliccia - Il ritratto del feticismo
"Louis Ferdinand Celine: Contro Sartre" - a cura di Andrea Lombardi
"Cristo tra i chitarristi" - Maledizione, morte e altre considerazioni su Piero Ciampi
Vignette da Playboy anno'75
Autobahn: 38 autori fanno omaggio a Pier Vittorio Tondelli
Incontro con Thomas Bernhard
Ezio Vendrame e Calci al
vento
![]() |
Critica attorno a "La vera vita di Sebastian Knight" di Vladimir Nabokov A cura di Andrea Gussago
|
La vera vita di Sebastian Knight
di Vladimir Nabokov
Prima che
l’Oulipo
di Queneau e Calvino mettesse lo specchio di fronte al romanzo per
chiamare
l’immagine riflessavi “antiromanzo”;
prima che un’allegra brigata di
buontemponi affondasse le mani nelle interiora della letteratura per
smontarle
e rimontarle in una indecifrabile creatura, affibbiando a questo
traballante
mostro il nome di “postmoderno”; prima che questi
circoli, correnti e
avanguardie, con tanto di manifesti sottoscritti, ribaltassero o
triturassero
il corpo inerte del romanzo, uno schivo emigrè russo,
girando l’Europa e
l’America in cerca di lepidotteri, affermava con sciolta
indifferenza, quasi si
trattasse di spiegare per la millesima volta a una distratta scolaresca
l’elementare teoria della gravità, che il genere
romanzo non esiste; gli altri
si affannino pure, se credono, a staccare e incollare etichette su una
scatola
vuota. Ogni romanzo è a sé, e va giudicato su un
unico criterio: quello del
talento. Le ultime mode in fatto di letteratura non giustificano le
buche
lasciate scoperte da uno scrittore mediocre, né spiegano la
fulgida bellezza di
una frase, di un aggettivo o di un libro intero.
Forse per questo
motivo i romanzi di Vladimir Nabokov assumono le forme più
inverosimili: ora
sembrano attorcigliarsi a spirale su se stessi contorcendosi fino a
quasi non
vederci altro che un groviglio di spire, salvo poi trasformarsi,
proprio
all’ultimo momento, in un semplice anello circolare (Il dono); altre volte prendono le
fattezze di un binario su cui
corrono placide e parallele le rotaie di un treno, il quale scopre solo
giunto
a destinazione che si trova in realtà su di una monorotaia (Fuoco pallido). Torneremo più
avanti
sulla tecnica di composizione nabokoviana: per il momento basti sapere
che essa
fa un esemplare sfoggio delle proprie potenzialità proprio
nella Vera vita di Sebastian Knight.
L’intelaiatura
su cui Nabokov fa ruotare le sue mirabolanti invenzioni e innesta i
suoi
complicati marchingegni è l’ossuta struttura di
una trama semplice. Il famoso
scrittore Sebastian Knight muore in un letto d’ospedale
all’inizio del 1936 per
l’aggravarsi di problemi al cuore: poco tempo dopo il
fratellastro, di sei anni
più giovane, recupera fortunosamente il diario di una
vecchia signora;
sfogliandolo scopre che esso appartiene alla governante che aveva
accudito
nella stessa casa, uno dopo l’altro, i due fratellastri fino
alla loro fuga
dalla Russia. Le schematiche informazioni tracciate sulla carta
dall’anziana
signora offrono al futuro biografo lo spunto per affrontare lo
sfuggente
passato dello scrittore; dopo aver percorso l’Europa sulle
orme del fratello,
finendo spesso su false piste e scontrandosi con il silenzio e le bugie
di
interlocutori reticenti, ne ricostruirà a suo modo la
frammentata vicenda, dove
“un pensiero-immagine, poi un altro, si infrangono sulla
spiaggia della
consapevolezza”; pubblicherà insomma La
vera vita di Sebastian Knight. Ma proprio quando la ricerca
dovrebbe
concludersi, al capezzale di Sebastian, improvvisamente si riapre,
lasciando al
lettore la sensazione che ”la ‘soluzione
assoluta” è lì, in qualche posto,
celata in qualche passo che ho letto troppo in fretta, e confusa con
altre
parole la cui maschera familiare mi ha ingannato”.
Ma quelle viste
finora non sono che le mura della reggia, di cui abbiamo indovinato,
tra le
sbarre del cancello d’ingresso, i verdi corridoi di siepi e
gli scintillanti
zampilli d’acqua tuffati nelle bocche pazienti di rugose
fontane. Ed ecco che
subito vorremmo affondarvi dentro le braccia, sollevare grondanti perle
tra i
palmi per lasciarle rotolare tra le dita e osservarle perdersi in
superficie,
non prima di averci lanciato un saluto argentino (plic!). Eppure questo
splendido regno, in cui tutte le forme di vita che vengono toccate
prendono
un’esistenza propria, una personalità per nulla
differente da quella di un
essere umano, può trasformarsi in un’arida distesa
di sassi e rovi
abbrustoliti, un torrido deserto spazzato da venti invisibili che
frustano gli
occhi e riempiono i polmoni di sabbia. Il lettore ingenuo, abituato
agli enigmi
del dopocena dalle sonnolente soluzioni, troverà ad
attenderlo quest’ultimo,
raggelante scenario, e non c’è dubbio che
ciabatterà in tutta fretta verso la
libreria per riporre, con uno sbuffo di sollievo, il libro nello
scaffale meno
accessibile.
Insomma, solo i
lettori dai sensi acuti e con scarpe robuste hanno il lasciapassare per
il
parco delle meraviglie; per gli altri, le baffute guardie
all’ingresso non
solleveranno mai le minacciose alabarde.
I
Sebastian Knight è
un romanzo che tratta diversi temi, alcuni dei quali sono evidenti,
espliciti,
stanno per così dire in superficie; altri suonano in
contrappunto piazzando
qualche nota qua e là nella melodia e poi riprendono a
fluttuare tra le righe
del proprio pentagramma.
Se
da una parte è vero che ogni tema obbliga
chi vi transita sopra a seguire un preciso codice, un corpus di norme
dalle
quali non ci si può sottrarre, dall’altra
è altrettanto vero che Nabokov, con
le sua ineguagliata elusività, é il solo capace
di manipolarle,
giocherellandoci a piacimento per dare fiato alla propria fantasia
proprio
laddove gli altri non vedono che sbarre e cartelli di divieto. Vediamo
come ci
riesce con il tema più epidermico tra tutti, ovvero il tema
dell’indagine.
La voce
narrante, il biografo e fratello innominato (lo si tenga presente,
più avanti
questa mancanza di nome ci tornerà utile per formulare
un’ipotesi sul finale)
tenta di riempire un’immagine alla volta la pagina bianca del
passato di
Sebastian, ma il riempimento non procede né da destra verso
sinistra né
dall’alto verso il basso, bensì a macchie, a zone
di concentrazione, come se il
foglio di giornale sotto l’impalcatura degli imbianchini ci
restituisse, goccia
dopo goccia, il ritratto di una persona conosciuta. Quando
però ci attendiamo
che la prossima macchia colata dal pennello degli svagati imbianchini
vada a
rapprendersi tra il naso e il labbro superiore della figura per
tracciare un
paio di bei baffoni, che spiccano davvero sull’uomo che
pensiamo di aver
riconosciuto, ecco che invece la vernice finisce sulla tempia e disegna
una
voglia a forma di barchetta che il nostro conoscente non ha affatto.
Allo
stesso modo tra depistaggi, coincidenze vere ed artificiali e curiosi
fraintendimenti si svolge l’indagine del biografo.
Ad esempio, gli
unici personaggi che sfuggono alla ricerca dell’autore sono
proprio i due che
più avrebbero da raccontare sulla vita di Sebastian. Il
primo di questi
personaggi è Clara, la malinconica ragazza che condivide per
sei anni, dal 1924
al 1930, le speranze, i successi, le frustrazioni e gli umori dello
scrittore,
e che rifiuta di sciogliere i nodi del pacchetto in cui conserva i
ricordi
della propria vita con Sebastian.
Il
secondo è una misteriosa donna per cui Sebastian perde la
testa durante il
soggiorno a Blauberg, località alsaziana dalle vivificanti
proprietà
suggeritogli dal dottore per curare il disturbo al cuore; è
sulle tracce di
questa donna che l’autore spende la maggior parte delle
proprie risorse, ma
quando finalmente la rintraccia lei finge di essere un’amica
e di Nina (questo
è il suo nome) afferma con sicurezza che essa ricorda a
malapena una frivola
avventura con un tedioso scrittore russo; é solo grazie a
una bizzarra coincidenza
che l’inganno viene scoperto.
Insomma, la
rocambolesca indagine dell’autore finisce spesso sul punto di
inabissarsi; ma
proprio quando le reticenze e i depistaggi, voluti o involontari,
mandano fuori
rotta la ricerca, ecco che d’un tratto, senza darsi la briga
di avvisare, il
destino si mette di mezzo e travestito da folata di vento fa sterzare
il timone
nella giusta direzione. Lo si è appena visto
nell’episodio di Nina, la cui
maschera viene strappata da una improbabile e repentina combinazione di
eventi.
Un altro esempio: di ritorno dall’Alsazia dove si
è recato per seguire senza
successo l’unica traccia di Nina, l’autore sale sul
treno che lo riporterà a
casa; la consapevolezza di aver fallito non gli dà pace e
l’unica prospettiva
plausibile è quella di rinunciare a scrivere il libro sul
fratellastro; per
giunta il fastidioso compagno di scompartimento, un grottesco ometto
che vende
cuoio, lo importuna con le sue rudimentali conoscenze della lingua
russa;
quando tutto sembra volgergli contro, il destino gli viene in soccorso
ancora
una volta facendogli scoprire nel triviale dirimpettaio un ex
poliziotto che,
nel giro di pochi giorni, scova le quattro donne tra le quali si cela
l’amante
di Sebastian.
Dunque
è vero
che quella dell’autore resta pur sempre
un’indagine, ma il procedere fortuito,
a tratti comico, a salti e balzelli per così dire ne fanno
piuttosto la parodia
di un’indagine.
Sulla scorta di
questa considerazione prendiamo spunto per gettare luce su
un’altra serie di
corrispondenze, queste per nulla accidentali, tra il libro che
l’autore scrive
su Sebastian Knight, La vera vita di
Sebastian Knight appunto, e i romanzi pubblicati da Sebastian
di cui il
fratellastro dà ampi commenti lungo la sua biografia.
Caleidoscopio
è il primo romanzo di Knight
e l’autore lo commenta così:
Basato abilmente sulla
parodia di certi trucchi del commercio letterario, Caleidoscopio
si spinge alto nel cielo […] Come spesso gli
succedeva, Sebastian si serviva della parodia come d’una
specie di trampolino
per raggiungere le più alte vette dell’emozione
[…] Caleidoscopio non
è soltanto una brillante parodia di un racconto
poliziesco; è una feroce presa in giro di varie altre cose
[…]
E’
già stato
evidenziato come anche La vera vita di
Sebastian Knight sia, tra le altre cose, anch’essa
la parodia di un genere,
la biografia romanzata, che l’autore definisce “di
gran lunga il peggior genere
letterario mai inventato”.
Il secondo
romanzo di Sebastian Knight s’intitola Successo
ed è la storia dell’incontro, apparentemente
casuale, tra un viaggiatore di
commercio e una ragazza, assistente di un prestigiatore,
all’interno di
un’automobile di proprietà di uno sconosciuto in
un giorno di sciopero dei bus;
in seguito i due saranno per sempre felici insieme. Ma ciò
che davvero colpisce
non è tanto la formula in sé, quanto il lavoro
che lo scrittore compie per
mettere a nudo i congegni che il destino adopera per far incontrare le
due
esistenze:
L’intero lavoro
[è] in
realtà un mirabolante gioco di casualità o, se
preferite, la dimostrazione del
segreto etiologico di avvenimenti fortuiti. Le probabilità
sembrano infinite.
Svariate direzione sono seguite nelle indagini con diverso successo.
[…] In due
casi sembra che il fato avesse predisposto tale incontro con la massima
cura; sfiorando
ora questa possibilità, ora quest’altra; celando
vie d’uscita e dipingendo a
fresco cartelli indicatori […] Ma ogni volta un minimo
errore (l’ombra di una
crepa, la buca chiusa di una imprevista possibilità, un
capriccio del libero
arbitrio) sciupa il piacere delle due anime gemelle e le due vite
divergono
nuovamente con maggiore rapidità […] Ma il fato
è troppo perseverante per
lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi. E quando finalmente il successo
gli
arride, è grazie a un congegno così perfetto che
non si sente il minimo rumore
quando i due vengono a contatto.
Dunque
sotto il telaio esterno romba ancora il motore di
un’indagine, anche stavolta del tutto singolare; ma
è chiaro che le coincidenze
vere o apparenti, gli avvenimenti fortuiti e i depistaggi che animano Successo non fanno che irrobustire la
corda tesa tra La vera vita di Sebastian
Knight e i romanzi dello scrittore, e a questo punto un
lettore sensibile
dovrebbe aver già scorto, per l’appunto,
“l’ombra di una crepa” nella barriera
tra verità e finzione.
Lo
strano asfodelo (tralasciamo
l’autobiografico Proprietà
perduta e La buffa montagna,
il cui titolo suona
come la parodia de La montagna incantata
del vituperato Thomas Mann) é l’ultimo romanzo e
il capolavoro di Sebastian
Knight, scritto nella fase terminale della malattia che lo
porterà di lì a
breve nella tomba.
E la storia è infatti
quella di un uomo che sta morendo. Ma questa non è che la
più banale
coincidenza: un esercito di corrispondenze tra il libro e La vera vita di Sebastian Knight si leva
dalle brume e si getta
addosso al lettore. Eccone qualche esempio. Ne Lo
strano asfodelo un vecchio viene consolato da
un’affettuosa
ragazza in lutto; nella biografia di Sebastian Elena Grinstein, una
falsa pista
nella ricerca dell’amante, entra in scena proprio
nell’atto di consolare un
vecchio a un funerale. Nel libro di Sebastian uno scienziato svizzero
uccide
l’amante in un albergo e poi si toglie la vita; il direttore
dell’albergo in
Alsazia riferisce al fratellastro il caso di una coppia di suicidi
svizzeri che
avevano occupato le stanze dello stesso albergo qualche anno prima. Ne Lo strano asfodelo compare una
bellissima primadonna che sciupa le scarpine argentate entrando in una
pozzanghera; le nuove scarpette argentate di Clara brillano mentre lei
aspetta
un tassì appena sotto casa.
Che Lo strano asfodelo sia in
realtà…?
Sembrerebbe, tanto più che sull’identità
del moribondo non si alza mai il paravento
(così come nulla o quasi
sappiamo sull’identità dell’autore de La
vera vita di Sebastian Knight). Di più, che il
morente sia davvero un uomo
non lo si può dare per scontato, perché
“l’uomo è il libro; è il
libro che sta
alzandosi e morendo, come un fantasma”. Non siamo forse alle
soglie della fine
anche del nostro romanzo? Il commento a Lo
strano asfodelo appare infatti appena prima della lettera di
Sebastian al
fratellastro, l’ultima, che lo avvisa della propria
permanenza in un sanatorio
appena fuori Parigi: egli sente che sta per morire e, col suo stile
bislacco,
lo chiama al capezzale.
Insomma, mentre
leggiamo il commento de Lo strano
asfodelo non possiamo fare a meno di pensare che il romanzo
in questione
sia, piuttosto, La vera vita di Sebastian
Knight.
Ma è
davvero
così?
No,
naturalmente; Lo strano asfodelo
è
solo l’estrema cortina di fumo alzata da Nabokov, il miglior
trucco del
prestigiatore, dove la tecnica raggiunge la sua perfezione. Ma tra il
libro di Sebastian e quello su Sebastian permane una certa distanza,
l’appartenenza a due mondi simili che seppur entrambi irreali
rimangono ben
distinti tra loro.
Quando il
fratellastro, dopo aver superato una serie di improbabili ostacoli
giunge
finalmente all’ospedale dove è ricoverato
Sebastian per ascoltarne la
rivelazione decisiva, un’ennesima, banale incomprensione fa
saltare l’incontro:
Sebastian non è quel paziente che l’autore ascolta
(ma non vede) agonizzare nel
letto, e sulle cui possibilità di recupero
l’infermiera si è espressa con
pallido ottimismo, perché il custode, duro d’animo
e d’orecchi, lo ha
indirizzato sì nella stanza di un signore inglese gravemente
malato il cui
cognome inizia per K, ma la stanza non è quella di Sebastian
Knight, bensì
quella di Mr. Kegan. Il signor Knight è morto la sera
precedente, prima di
poter annunciare al fratello la ‘soluzione
assoluta’ che, come anticipato ne Lo
strano asfodelo, si nasconde tra le
pieghe di qualche pagina letta in fretta, dietro la maschera di parole
la cui
familiarità ci ha ingannato.
Ma se la
soluzione alla vita e al lavoro di Sebastian Knight rimane celata, non
altrettanto lo è il segreto, o per meglio dire la
rivelazione, che racchiude
entrambi:
Qualsiasi fosse il suo
segreto, avevo appreso un segreto anch’io, e cioè:
che l’anima non è che un
modo di essere – non una condizione costante –, che
qualsiasi anima può essere
la vostra, purché la troviate e seguiate il suo andamento.
La vita futura
risiede nella grande abilità di vivere coscientemente
nell’anima scelta, tra
infinite anime, tutte inconsce del loro intercambiabile fardello.
Così – io
sono Sebastian Knight […] la maschera di Sebastian mi
è saldata sul volto, la
rassomiglianza non si toglie più. Io sono Sebastian Knight,
o Sebastian è me, o
forse entrambi siamo qualcuno che né l’uno
né l’altro conosce.
Si
può finalmente affermare che
l’identità è stabilita? E quindi
Sebastian Knight, che già aveva dato prova di
essere un temerario sperimentatore della forma romanzo, non
è nient’altro che
sé stesso nell’atto di tracciare una inconsueta
autobiografia?
Nient’affatto,
perché allo stesso
modo, rovesciando la prospettiva, potremmo scorgere
nell’autore de La vera vita di
Sebastian Knight l’unico,
vero scrittore esistente, e in Sebastian una creatura tra le altre
della sua
immaginazione: se ruotiamo di mezzo giro la carta del re di quadri
quello che
abbiamo sotto gli occhi è lo stesso re di quadri.
Ma
interrogarci all’infinito
sull’identità di Sebastian non ha alcun senso,
esattamente come non ha alcun
senso ruotare all’infinito la carta che teniamo tra le mani
cercando di capire
quale dei due sia il vero re di quadri. La possibilità di
entrare e uscire da
un’anima, eludere la gabbia della personalità:
questo è il segreto che
Sebastian si porta nella tomba, ed è il segreto di
pulcinella che ogni
scrittore conosce.
III
La
morte e la rinascita di uno scrittore
è il soggetto scelto da Nabokov per il suo primo romanzo in
lingua inglese,
dopo che con Il Dono chiude il
ciclo
dei romanzi scritti nella madrelingua russa: il parallelo tra le due
situazioni
risulta fin troppo scontato. Ma le conseguenze del cambio di
vocabolario non si
manifestano semplicemente nella scelta del soggetto; a ben guardare,
sotto
l’ingannevole superficie d’acqua, increspata ad
arte da onde posticce, un
fondale del tutto nuovo sorregge il corpo del romanzo.
Il
rapporto tra narratore e personaggi
si sfilaccia, assume toni più impersonali. Che Nabokov,
dispotico tiranno delle
proprie creature, muovesse con mano ferma i fili dei loro destini, come
un
ameno burattinaio, era chiaro fin dai suoi esordi: ma ne La
vera vita di Sebastian Knight, pur mantenendo una solida e
distaccata presa sulle sue marionette, rinuncia a metterne a nudo i
lati umani,
che in Nabokov coincidono quasi sempre con quelli grotteschi (come non
pensare
a Re, Donna, Fante oppure Disperazione?); esplicitandone il ruolo
di artefatti di legno nascosti da maschere intercambiabili, infatti,
sembra
negar loro l’umanità viva e palpitante dei romanzi
russi. Mai come in Sebastian Knight
Nabokov si astiene
dall’entrare nella seppur minima comunione con i suoi
personaggi quasi temendo,
autoprivatosi di un confortevole repertorio di parole ed espressioni a
cui dare
la necessaria confidenza, di non poterli realmente animare. Quindici
anni dopo,
con un apprendistato di una manciata di romanzi alle spalle,
darà vita a due
tra le più drammatiche e intense figure della sua produzione
e della
letteratura del Novecento: il professor Humbert Humbert e Lolita.
Ed
è per sopperire a questa mancata
empatia che l’autore sviluppa e raffina una tecnica
compositiva fino a quel
momento ineguagliata (e che verrà superata solo da Fuoco Pallido, più di un
decennio dopo), dove il reticolo di
corrispondenze, depistaggi e coincidenze si fa talmente fitto che il
tentativo
di districarlo costituisce un gioco a sé, che solo in
apparenza risulta
indipendente dalla storia; in realtà si tratta
dell’ennesimo piano di lettura
di un romanzo che, al pari degli altri di Nabokov, presenta una
incredibile
fioritura di riferimenti sia interni che esterni, in particolare alla
letteratura dell’Ottocento (detto en
passant, l’espediente del manoscritto ritrovato e
il tema delle maschere
sono i due più evidenti).
Quello
che Nabokov ci offre ne La vera vita di
Sebastian Knight è
dunque un finissimo divertissement,
o
meglio uno splendido giocattolo dal telaio trasparente che mostra
compiaciuto
la perfetta sincronia dei propri meccanismi; un automa dalle sembianze
umane
che in fondo, celato tra la dentellatura di una ruota e il nastro di
una
cinghia, possiede in embrione la consapevolezza di potersi trasformare,
un
giorno, in una creatura vivente.
Andrea Gussago
Per contattare Andrea Gussago, scrivere a: andrea.gussago@gmail.com
