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SOLITUDINE E MALATTIA IN CESARE PAVESE
Fabrizio Bandini

“Osservo che il dolore abbruttisce, intontisce,
schiaccia. Ogni tentacolo con cui una volta sentivo, provavo e sfioravo il
mondo, è come troncato e incancrenito al moncone. Passo la giornata come chi ha
urtato uno spigolo con la rotula interna del ginocchio: tutta la giornata come
quell’istante intollerabile. Il dolore è nel petto, che mi sembra sfondato e
ancora avido, pulsante di sangue che fugge e non ritorna, come da un’enorme
ferita. Naturalmente, è tutta una fissazione. Dio mio, ma è perché sono solo, e
domani avrò una rapida felicità, e poi di nuovo i brividi, la stretta, lo
squarcio. Non ho più fisicamente la forza di star solo. Una volta sola mi è
riuscito, ma ora è una ricaduta e, come tutte le ricadute è mortale” [1].
Guardando alla sua vita, a ritroso, fino all’infanzia, ai primordi, Pavese sentenziò che tutto era già stato deciso allora e la sua sorte era già segnata[2]. La malattia, la solitudine, le pulsioni distruttive, le sconfitte e le perdite di un vita, le sentì come destino. Il destino di un loser. Un destino già scritto nell’aurora del mondo, nell’ordine onnicomprensivo della Physis.
L’infanzia di Pavese, dopo la scomparsa del padre, è sicuramente segnata dalla presenza dominante della madre, donna rigida e severa[3]. Il giovane Pavese, liceale al “D’Azeglio” di Torino, ci appare già come un ragazzo sensibile, timido, introverso, solitario. Il primo vero segnale di allarme ci arriva da una lettera, scritta ad Augusto Monti il 18 maggio del 1928, in cui il giovane Pavese ci rivela la sua concezione dell’arte e soprattutto mette a nudo la sua ferita, già sofferta, già sanguinante: la scissione di vita e arte. Egli scrive al suo amato professore: “Lei dice che per creare una grande opera basta vivere il più intensamente e profondamente possibile una qualunque vita reale, ché se il nostro spirito ha in sé le condizioni del capolavoro, questo verrà fuori da sé, naturalmente, sanamente, come accade di tutti i fenomeni vitali…No, secondo me, l’arte vuole un tal lungo travaglio e maceramento dello spirito, un tale incessante calvario di tentativi che per lo più falliscono, prima di giungere al capolavoro, che si potrebbe piuttosto classificarla fra le attività anti-naturali dell’uomo…Che anzi, se quest’anima non si è contorta e stravolta e dissanguata…se non si è insomma ridotta per le fatiche e l’abuso di atteggiamenti particolari ad un aspetto fuori d’ogni comune e privo di quel gretto ottimismo che porta con sé la naturale sanità, quest’anima non varrà mai a comporre un capolavoro”[4].
Con questa lettera, come nota acutamente la Guiducci, si rivela già l’’aspetto calvinistico dell’esistenza e della poetica di Pavese, il rifiuto della vita, nei suoi aspetti dionisiaci e gioiosi, e la costrizione al dover essere, al lavoro assiduo e alla forzata solitudine dell’artista. Ma in maniera ancora più terribile si rivela una fatale e autodistruttiva concezione dell’arte come sacrificio umano[5]. Ad essa va sacrificato tutto per comporre il capolavoro: istinti, desideri, felicità, affetti, tenerezze, e in ultimo la vita stessa.
Con simili premesse il disastro sembra già annunciato. Ma in fondo Pavese è ancora un ventenne. E a venti anni, si sa, si scrivono e si pensano certe cose, per poi maturare, e rettificare in seguito le proprie posizioni. Ma così non sembra avvenire per lui. C’è l’incontro con Tina, l’amore, e poi, improvviso, tragico, il tradimento. Pavese cade esanime alla stazione di Torino. Gli ci vorranno mesi per riprendersi. E comunque, da quel momento in poi, la sua ferita, la sua frattura, si allargherà in maniera violenta. Egli interpreterà l’abbandono di Tina come “un verdetto definitorio sulla sua mancanza di virilità”[6]. Un nuovo schiaffo, terribile, dolorosissimo.
Le sue parole ora sono cariche di misoginia. Le donne sono <<amare come la morte>>, “sentine di vizi, perfide, Dalile”, cariche di una sessualità animalesca per cui “sono pronte a commettere qualunque iniquità” per raggiungere il “piacere liberatore”[7]. L’amore è vissuto come uno scontro, come una guerra feroce, dove conta “solo aver la donna in letto e in casa”[8]. La sessualità e l’amore non sono altro che il campo di battaglia della vita, che nella sua essenza non è che una lotta per la vita stessa[9]. Ma la sua virilità, di cui già dubitava, gli appare ora sconfitta, abbattuta. Pavese si sente impotente. E diventa impotente. Dichiara con orrore che “quell’uomo che eiacula troppo rapidamente, sarebbe meglio non fosse mai nato” e che questo è “un difetto per cui vale la pena uccidersi”[10]. Non c’è niente da fare. “Questo è definitivo: tutto potrai avere dalla vita, meno che una donna ti chiami il suo uomo. E finora tutta la mia vita era fondata su questa speranza”[11]. Pavese si sente già spacciato, condannato da un oscuro fato[12]. La sua malattia è divenuta destino. Lo scrittore scruta dentro se stesso è comincia a vedere nella sua infanzia, nelle sue origini, il tempo in cui è sorto il suo destino. Si rimprovera di non essere cresciuto, di non essere maturato, di essere rimasto bambino, soffrendo la realtà del sesso, soffrendo la sua mutilazione[13]. La sessualità diventa il perno della vita. Lo conferma tutto: anche la Genesi[14]. Ed egli si sente esiliato dalla vita, dal sesso, dalla donna, dall’amore. Non vede altra via di uscita che gettarsi con ancora più dedizione, radicale, calvinista, estremista, nello scrivere, nel conoscere. Ogni voluttà e ogni passionalità deve essere recisa dal mestiere dello scrivere. Nasce così il programma di Pavese di “bandire il voluttuoso dall’arte come dalla vita”[15], come coglie felicemente la Guiducci. Ci si deve sacrificare all’arte, alla solitudine, alla malattia, con ancora più veemenza. Questa è la soluzione che Cesare Pavese intravede. Questo è il destino che egli sente.
Così si chiude in un carcere, in un isolamento che vuole essere stoico ed eroico, tentando di serrare ogni porta alla vita. E’ il carcere di Stefano. “Ogni dolcezza, ogni contatto, ogni abbandono, andava serrato nel cuore come in un carcere e disciplinato come un vizio, e più nulla doveva apparire all’esterno, alla coscienza. Più nulla doveva dipendere dall’esterno: né le cose né gli altri dovevano potere più nulla…Non doveva più credere a nessuna speranza, ma prevenire ogni dolore accettandolo e divorandolo nell’isolamento”[16]. Solo così avrebbe potuto reggere l’urto della vita. La solitudine diventa per Pavese la sola regola eroica, anelando a passare le giornate senza presupporre né implicare in nessun gesto o pensiero “la presenza di altri”[17].
Da questo disperato programma nasce anche Il Mestiere di vivere, il diario con cui lo scrittore cercherà di sottoporre e controllare la sua esistenza tramite un’ analitica, usando il feroce martello della ratio[18]. L’arte, il mestiere, di nuovo usati ferocemente contro se stessi, in un lucido delirio autodistruttivo. Come sappiamo già, tale pretesa di ridurre e controllare la vita tramite la ratio e l’analitica del diario finirà in uno scacco mortale e gli esploderà tragicamente fra le mani nell’estate di quel fatale 1950. Tanto che amaramente si può constatare che il mestiere di vivere sarà proprio il segno del fallimento esistenziale di Pavese, dell’immestiere di vivere, della tragica conferma del suo inadattamento alla vita.
Il programma comunque viene portato avanti testardamente. Solo Fernanda Pivano in quegli anni lo trascina di nuovo nel gorgo della vita. Ma anche con lei fallisce. Non resta allo scrittore che tornare nel suo doloroso carcere, nella malattia, nella nevrosi. Per poi accorgersi, dopo qualche tempo di lacerante sfibramento, che la sua solitudine non è più voluta, eroica, stoica, ma oramai è imposta, subita, destinale. Così si confida alla Pivano: “In un lungo periodo, P. raggiunse una sua stoica atarassia attraverso la rinuncia assoluta ad ogni legame umano, se non quello, astratto, dello scrivere. Si sentiva come intontito e chinava il capo, e cercava di scrivere. Ma di mese in mese e di anno in anno scriveva sempre meno: la vita in lui si prosciugava. Diventava un fantasma. Pure P. teneva duro, perché sapeva che un franamento verso le creature, verso qualunque creatura, sarebbe stato soltanto una ricaduta, non una rinascita…Invece avvenne il franamento, e P. cercò di fermarsi a mezza strada, e non ci riuscì. Adesso sconta ogni istante della fittizia solitudine che si era creata. La vita si vendica con una solitudine vera. Sia come vuole la vita”[19].
Sono gli anni fatali in cui Pavese incontra la psicanalisi, l’etnologia, la storia delle religioni, l’antropologia, in cui legge assiduamente Freud, Frazer, Lévy-Bruhl, Jung, Frobenius, Kerényi, Eliade, Vico, i classici greci. È’ la scoperta del selvaggio, dell’inconscio, del mitico. La vita di Pavese accelera, comincia a seguire “un lavoro sempre più incalzante”, “una ricerca interiore sempre più marcata”[20]. Egli si tuffa nel mondo vischioso e affascinante del mito, del pensiero arcaico, scopre “nel suo inconscio un simbolismo legato alla campagna e alla sua infanzia”, si interessa a “temi legati al mondo agreste”, alla sua “aggressività inconscia”, al “gusto erotico per le situazioni di sangue e di violenza”[21]. Da quel momento in poi il mito diviene l’elemento ispiratore centrale della sua arte[22]. Pavese non studia il mito, semplicemente lo vive[23]. Scende nelle profondità, scopre simboli e archetipi, vede destini operanti ovunque nella Physis, scopre leggi, primordiali e implacabili[24]. E le subisce. La Natura stessa non fa che celebrare ai suoi occhi un rito, impassibile, crudele, sanguinaria[25]. O meglio: la Natura stessa, nella sua essenza, è rito. Un cadenzato nascere, vivere e morire, a cui nessun essere può sfuggire. Essa è rito, sacrificio, destino, furioso divenire, panta rei, Samsara. Come dice Anassimandro: “Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che dev’essere”[26].
Pavese seguendo questi segni svilupperà negli anni successivi una poesia mitica, monotona, ripetitiva, ritornante, come gli atti cultuali, i riti, i misteri, i miti[27]. Un’arte poetica che evochi la mitologia, che sia mitologia[28]. Una poesia che accenni, come le sentenze oscure-luminose di un oracolo[29], come le sentenze del dio di Delfi[30]. L’impresa è difficilissima, titanica, solo pochissimi vi riescono. Ma Pavese vi si arrischia - sino al termine della sua vita - tuffandosi nel mondo mitico dell’infanzia, dell’inconscio, dello stato aurorale delle profondità della coscienza[31], come un cabalista alle ricerca delle scintille divine. Il rischio è di possedere il mito, portarlo a chiarezza, dandogli forma con la poesia, non viverlo più e così distruggerlo[32]. Per questo la poesia deve essere mitica, come una fede, un evento unico, una rivelazione inaudita, un mistero. Ciò che Baudelaire ha nominato <<exstase>>. Il raccogliersi e l’abbandonarsi davanti all’assoluto, al gesto primordiale, all’unico[33].
Estratto da Solitudine e malattia in Cesare Pavese, Fabrizio Bandini, Midgard Editrice,
Perugia 2004.
Acquistabile presso: www.midgard.it e www.fabriziobandini.it
[1] C. PAVESE, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 2002, 27/3/1938, p. 98
[2] Ibid., 4/4/1941, p. 222; 31/3/1946,
p. 312
[3] Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, Mursia, Milano 1972, p. 23
[4] C. PAVESE, Lettera ad Augusto Monti, 18/5/1928, Lettere 1926-1950, Einaudi, Torino 1966, p. 45 s.
[5] A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit. p. 29
[6] Ibid., p. 34
[7] C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 27/9/1937, p. 50
[8] Ibid., 28/11/1937, p. 59
[9] Ibid., 15/12/1937, p. 66
[10] Ibid., 27/9/1937, p. 50
[11] Ibid., 5/1/1938, p. 75
[12] Ibid., 25/12/1937, p. 69
[13] Ibid., 23/12/1937, p. 67
[14] Ibid., 25/12/1937, p. 68
[15] A. GIUDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 34
[16] C. PAVESE, Il carcere, Einaudi, Torino 1990, p. 41 s.
[17] C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 15/10/1940, p. 205
[18] Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit. p. 35
[19] C. PAVESE, Lettera a F. Pivano, 5/11/1940, Lettere 1926-1950, ed. cit., p. 380
[20] A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 37
[21] Ibid., p. 36
[22] Cfr.: ibid., p. 39
[23] Cfr.: ibid. p. 40
[24] Cfr. a proposito C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., p. 287; 23/8/1944, p. 288; 26/8/1944, p. 289
[25] Ibid., 26/8/1944, p. 289
[26] ANASSIMANDRO, dal Commento alla Fisica di Aristotele di SIMPLICIO, G. COLLI, La sapienza greca, vol. II, Adelphi, Milano 1944, p. 155
[27] Cfr. C. PAVESE, Raccontare è monotono, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1953, p. 338
[28] Come scrive Kerényi nei Prolegomeni la mitologia è “un’arte come la poesia e partecipe essa stessa della poesia”. Vedere C.G. JUNG e K. KERENYI, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, tr. it. a cura di A. Brelich, Boringhieri, Torino 1972, p. 15
[29] Cfr. C. PAVESE, La poetica del destino, La letteratura americana e altri saggi, ed. cit., p. 343
[30] Cfr. ERACLITO, da Sugli oracoli della Pizia di PLUTARCO, G. COLLI, La sapienza greca, vol. III, ed. cit. p. 21
[31] Cfr. C. PAVESE, Il mito, La letteratura americana e altri saggi, ed. cit., p. 348 s.
[32] Cfr. C. PAVESE, Del mito, del simbolo e d’altro, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 2000, p. 153, e ancora Il mito, La letteratura americana e altri saggi, ed. cit., p. 351
[33] Cfr. C. PAVESE, Del mito, del simbolo e d’altro, Feria d’agosto, ed. cit., p. 153 s.