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Ezio Vendrame e Calci al
vento
L’aquilone Ezio
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È uscito Calci al vento, l’ultimo libro di Ezio Vendrame. “Un’altra marchetta”, lo definisce l’autore. “Vorrei vendesse tanto, non perché è bello”, precisa, “ma per poter un giorno pubblicare la mia opera meno commerciabile e più vera, che tengo nel cassetto. Dopodiché basta: non ho più nulla da scrivere.” |
FERRARA – Se non vi siete mai seduti al tavolino d’un bar in compagnia di Ezio Vendrame, mangiatevi le mani.
Che gioia averlo accanto, Ezio!: non fa in tempo a conoscere una persona nuova e subito lui, tac, la chiama “vecchio” e “vecchio mio” che sembra proprio di vivere dentro a un romanzo americano; quando parla, poi, è tutto uno scagliare fiondate ai lampioni del Conformismo, è tutto un rotolare tra i denti quella sua erre particolarissima che odora di gomma bruciata e zucchero filato insieme.
“A me porti quel che bevi tu.” Così lo senti rispondere al cameriere che raccoglie le ordinazioni. Geniale.
Lì lì per i cinquantotto (ma dimostra almeno dieci anni in meno), giubbotto e braghe jeans, sagoma donchisciottesca, lo stesso sorriso birichino della sua figurina Panini, folte sopracciglia, barba e chioma lunga sale & pepe. Un bel paio di pomelli rossi da bambino fanno capolino dai peli della barba. Dei suoi occhi si potrebbe dire ciò che Turgenev disse degli occhi di Tolstoj: non fissano ma perforano, sono trivelle.
“Piedi da brasiliano, testa da anarchico della Rive Gauche” lo ha definito Gianni Mura nell’introduzione a Senza alcun anticorpo, il primo libro di poesie dato alle stampe dal nostro Don Chisciotte friulano.
Piedi da brasiliano. Sì, esatto, perché c’era una volta Ezio Vendrame da Casarsa della Delizia, giocatore di calcio nel campionato di Serie A, sponda Vicenza e Napoli. Erano i tempi delle maglie senza lo sponsor, tanto per intenderci, e il Nostro portava il capello lungo e scapigliato da beatnik; in barba al Regolamento, calcava l’erba del dì di festa coi calzettoni abbassati. A Napoli, dieci anni prima di Maradona, al solo campo d’allenamento attraeva ogni giorno migliaia di ammiratori grazie ai suoi numeri di giocoliere barocco e agli arabeschi ricamati con gli scarpini.
Eppure, nonostante Madre Natura gli avesse messo due Stradivari ai piedi, Ezio non si considerò mai un giocatore vero, né tantomeno un campione. Una persona che proveniva da un passato infelice, semmai (a sei anni il padre, vinto dall’impossibilità di continuare a combattere contro i mulini a vento della povertà, si vide costretto a depositarlo all’orfanotrofio Don Bosco di Pordenone), ma che aveva avuto in dono dalla vita una fortuna misteriosa: guadagnare denari divertendosi con la pelota.
E ancora oggi a Ezio non fa un gran piacere essere definito ex-calciatore, dal momento che il football, lui, non l’ha mai stimato una professione, bensì una piccola cosa della Vita da prendere per quella che è: un gioco, in fondo. E anzi si schermisce perfino, ogni volta che viene invitato a presenziare da qualche parte in veste di Vecchia Gloria Di Futbolandia. Preferisce discutere di canzoni, invece – di canzoni vere, dico, quelle che scalano le classifiche del cuore, non certo le hit modaiole del momento – così come di sentimenti, d’un bicchiere di vino fresco, di figa, di cene sulle stelle, di lacrime, di sperma, d’un fiore e dei suoi libri.
“La parte più autentica di me, il mio sangue”, dice Vendrame “lo trovi nelle mie raccolte di poesia, non so se capisci. Se mi mandi in tribuna, godo e Vietato alla gente perbene sono due marchette che ho scritto al bagno in tre giorni solo per vendere, hai capito?, e infatti ho venduto quasi 100000 copie. È così che va, vecchio mio, la gente vuole leggere raccontini di calcio e sesso. Vuole ‘ste cagate e basta, la gente, non so se mi spiego. Con le poesie ho venduto 3500 copie. Una miseria.”
Siete avvisati, quindi: semmai un giorno vi capitasse di passare un po’ di tempo assieme al vecchio Ezio, fategli il sacrosanto favore di lasciare in panchina i “piedi da brasiliano” e giocate piuttosto con quella sua bellissima testa di “anarchico alla Rive Gauche” che non la smetterebbe mai di narrare con fervore di quando lo chansonnier francese Léo Ferré fu fermato alla frontiera come sospetto bombarolo e così rispose al poliziotto: “Io le bombe ce le ho in testa!”; della segreteria telefonica che lui attacca nei periodi in cui la sua anima è una cantina senza luce e vuole isolarsi dal mondo: SE NON RIESCO A TROVARMI IO, MA PERCHÉ MI VUOI TROVARE TU, COGLIONE?; di una fuga dal ritiro pre-partita per andare a un concerto dei Rolling Stones a Bologna; di quando bastava che una ragazzetta gli sorridesse, foss’anche una mignotta, perché si scoprisse già innamorato; di Adriano Celentano che gli telefonò per cantare una sua canzone – sì, perché Ezio, per chi non lo sapesse, oltre a scrivere racconti e poesie e dipingere a olio volti dal dolore immenso come le loro labbra, tiene nel cilindro una manciata di canzoni, testo e musica sue – “ma poi, dopo quella telefonata di Celentano, non se n’è più fatto nulla”.
Avrebbe dovuto intitolarsi Le lacrime delle cose, l’ultima fatica letteraria di Ezio Vendrame, fresca fresca di stampa per Rizzoli. La dovrete invece cercare col titolo meno evocativo e più commerciabile di Calci al vento.
“Un’altra marchetta.” taglia corto l’autore tormentando tra le dita una sigaretta alla quale non decide mai d’appiccare il fuoco.
Il libro gode della solita formula collaudata: miscellanea di prose e prose poetiche dal respiro breve, o brevissimo, capace di soddisfare il benessere “gastronomico” dello stomaco, più che la mente, di un genere medio di lettore che chiede solo panem et circenses. Et voilà!, allora: eccoTi servite sulla pagina, Lettore Medio, le portate di contorno (un barbiere poco abile s’appresta a servire un Ezio collegiale, che gli dice “Stavolta i capelli li vorrei a << figa di gatto >>” “E cioè?”, domanda perplesso il barbiere “L’ultima volta me li hai fatti alla << cazzo di cane >> e ora voglio cambiare taglio.”); i secondi piatti (Primo anno all’Udinese, Ezio desidera più di ogni altra cosa tornare a casa a riabbracciare il fratello e, non avendo una lira, nella speranza di trovare qualche spicciolo si mette a frugare nel cassetto di Zoff, a quell’epoca suo compagno d’appartamento, ma resterà folgorato dalla visione di tre banconote talmente grandi da mettergli paura e farlo desistere dal furto); la frutta (freschi come una gocciola d’acqua sulla guancia d’un chicco d’uva sono i ricordi del nonno Antonio, di Anita e Sandron, di Guerrino e “della” Pia, mentre l’episodio del compagno di squadra del Padova superdevoto di padre Pio, che viene punito dalla vendetta di sant’Antonio – patrono proprio della città di Padova – con infortuni al ginocchio, fratture di tibia e perone eccetera, rivela tutta l’epigrammatica arguzia d’un Diario veneto di Cibotto); e, dulcis in fundo, il dolce (le parole centellinate come scaglie di gianduia sul fratello Enzo, <<la parte più pregiata del mio cuore >>, ma anche il primo, palpitante incontro con il Poeta e chansonnier livornese Piero Ciampi, l’amatissimo Piero, il “suo” Piero, nel ristorante dei fratelli Micci a Roma ).
E comunque, non me ne voglia il Signor Lettore se i primi piatti li conservo per ultimi. Temo del resto tali vivande possano risultare poco gradite al Suo palato: trattasi, infatti, di maccheroni all’infelicità, fettuccine in salsa di disperazione, tortellini funebri, pasticcio d’angoscia, risotto al pianto, tagliatelle paglia & buio…
E proprio il “buio” è l’area semantica che squarcia abbacinando le pagine più disarmate e viscerali di Calci al vento: <<Il buio ha gelato le mie lacrime, e non accendo la luce tra le mie rovine>>, <<Nel mio pozzo di fuoco e di magie, il mio sangue è un’acqua ferma illuminata soltanto dalla luna>>, <<Finché il buio non piombò dal cielo>>, <<Ad un tratto mi è sparito il sole>>, <<Mi illumino di nero>>.
Nero. Come l’Auschwitz lunga sette anni che Ezio espiò tra i preti e le mura terribili del collegio Don Bosco e che gli marchiò a fuoco l’anima. “Anche le vacanze estive le passavo là dentro.”, racconta Vendrame “E l’unico momento di felicità e di sogno, l’unica via di fuga che potevo aprirmi in quell’inferno era giocare a calcio.
“Quando calciavo in aria il pallone sentivo di poter bucare il cielo.
“Mi hanno rubato l’infanzia, capisci?”, prosegue dopo qualche istante di silenzio “Sono stato amputato dell’in-fan-zia. Mi hanno lasciato da solo a morire in quel fottutissimo posto e nessuno mi ha voluto bene, da bambino.” Avvicina l’ennesima sigaretta alle labbra ma la ripiglia con gesto brusco in mano, poiché troppo furiosa è l’urgenza con cui le parole eiaculano dalle viscere “Nessuno… nessuno.”, ripete con la voce a forma di croce di legno.
“Mi sono state tagliate le radici, cioè la famiglia, gli affetti, capisci?, sono un albero senza radici, io, perciò il cuore non ha smesso mai di sanguinarmi. Mi hanno abbandonato da piccolo e allora che vadano tutti a ‘fanculo, caro mio, non me ne frega più niente di niente!”
È un Ezio tutto diverso, questo, dal rebelde rude e scanzonato che fino a qualche minuto prima mitragliava barzellette degne del miglior Alvaro Vitali. Ed è questo, soprattutto, il vero Ezio.
Finiamola dunque una buona volta d’imbottigliarlo e venderlo con l’etichetta di Bukowski All’Amatriciana, Genio Maledetto, George Best Italiano! Grattiamo via la patina di superficie e allora sì vedremo baluginare l’Ezio autentico, l’Ezio delle liriche di Un farabutto esistere, l’Ezio che ti abbraccia e bacia candidamente sulla testa ogni cinque minuti e, col cuore in mano come certe madonne dei santini, ti mostra senza trucco le vesciche interiori confidandoti persino il suo cupio dissolvi, il desiderio di morte da cui è attanagliato tutte le volte che le antiche streghe dell’Assenza tornano a galla.
E allora perché – si domanderà con intelligenza qualcuno – se è vero che, squarciata l’epidermide, ecco il sangue letterario di Vendrame sprizzare in tutta la sua densità nostalgico-intimista (e non erotico-burlesco-narrativa, come l’immaginavamo…), l’autore continua a pubblicare simili “marchette” nelle quali è lui stesso il primo a non credere?
Senza domandargli nulla, la risposta viene da Don Chisciotte in persona mentre sorseggia la sua birra piccola: “C’ho un sogno nel cuore. L’ho già scritto, già pronto. È Lì.
“Mi sono squartato pezzi di carne viva, mi sono denudato l’anima, per scriverlo, non so se mi capisci.
“So già che non venderà un cazzo, ma farò di tutto per stamparlo. L’editore ha capito quanto ci tengo e m’ha detto che lo pubblicherà solo se riuscirò a vendere decentemente ‘st’ultima marchetta qua, Calci al vento, come si chiama?, e te lo giuro che mi sbatterò come un matto e andrò su e giù a presentarla nelle librerie nelle radio o dove capita, per smerciarla il più possibile. Io, se non l’hai capito, tutte le stronzate che ho scritto finora, beh, le ho scritte soltanto perché mi pubblichino il prossimo libro.
“È un ca-po-la-voro, vecchio mio!”
“Non ne dubito ma, dimmi un po’, il suo DNA sarà quello delle pagine poeticamente più “alte” di Calci al vento?”, gli chiedo.
“No, molto meglio, vecchio, molto meglio.”, risponde “Questo libro si chiama Io, sono un bastardo. Ma “bastardo” non nel senso di “bastardo con le donne”, come verrebbe da pensare, ma “bastardo” come “abbandonato, orfano d’affetti”…. E comunque, di calcio non se ne parlerà proprio, lì.
“Poi, se ‘sto sogno si realizzerà, stop: non scriverò più nulla, perché più nulla ho da dire.”
Ezio mi recita a memoria con ipersensibile lentezza, le ciglia e la mano tremule, l’incipit di Io, sono un bastardo: “Uno che nasce senza radici non potrà mai essere albero. Sarà aquilone allo sbaraglio per sempre…” E mentre recita, io me lo vedo proprio scorrere sul maxischermo della fantasia, il dolce Ezio, chino al tavolo del “loculo” (così chiama il suo appartamento di Casarsa) a scrivere a mano e commuoversi e scrivere, concentrato con tutto lo scrupolo dell’alunno elementare coi riccioloni e il fiocco azzurro che cerca d’incastonare le astine delle lettere dentro le righe del quaderno. Dico a mano dal momento che le sue alate parole, Ezio le immortala sempre con foglio e penna: di Internet tecnologia e personal computer, infatti, non gliene frega un beatissimo niente; la sua calligrafia è da infante, rotonda e tenerissima, come ho avuto la gioia di scoprire un mattino di cielo azzurro aprendo una sua lettera.
Non fa in tempo a finire di donarmi i primi vagiti del “ca-po-la-vo-ro”, che all’aquilone Ezio vengono i lucciconi agli occhi; tanta è adesso l’emozione che mi strangola la gola – credete – che se assecondassi le voci dell’istinto, giuro non riuscirei a trattenermi dallo scattare in piedi dalla sedia, stringerlo fortissimo poi prenderlo immediatamente in braccio, questo bambino infinito, con lo stesso trasporto con cui Benigni sollevò tra le braccia Berlinguer.
Una volta hai detto che il gol è la cosa più inutile del calcio perché, così, finisce l’azione finisce il divertimento e – okay – rispetto il tuo pensiero ma permettimi, almeno stavolta, di augurarti con tutto il cuore di segnarlo un gol: il tuo gol più bello: mettere le ali sulla schiena dei sogni e vendere un casino di copie di Calci al vento, in modo tale che tu abbia un casino di chanche in più di rendere pubblico il tuo pezzo di carta e carne più vero, vecchio mio!
Fausto Bassini
Ezio Vendrame, Calci al vento, p. 165, 2005, Rizzoli.
