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vento
VERMEER IN PELLICCIA
Cosa
connette magneticamente, a distanza di circa due secoli, la
stasi domestica superbamente esibita nei dipinti di Jan Vermeer
(1632-1675) e
l’emblematiche ossessioni simulate nelle pagine dello
scrittore mitteleuropeo
Leopold von Sacher-Masoch (1836-1895), in specie nel suo capolavoro Venere in pelliccia? Nulla,
evidentemente. Eppure… eppure, un puntiglioso cultore di
“psicopatologie della
vita quotidiana” quale Salvator Dalì
così s’esprime in merito alla celebre Merlettaia (soggetto che più
prosaico
non si potrebbe) dell’artista olandese:
Quello
che più mi ha sconvolto in questo quadro, è che
tutto
converge esattamente su un ago, su uno spillo, che non è
dipinto ma appena
suggerito: spesso sentivo l’acuità di questo
spillo così reale nella mia carne,
nel mio gomito, che mi svegliavo di soprassalto (…)
Questo
quadro era stato sempre considerato molto pacato ed
estremamente calmo. Per me possedeva una delle forze più
violente nel campo
dell’estetica (…)1
Con
la pulce nell’orecchio, si memorizzi per
un istante la stravagante Colazione in
pelliccia (una semplice tazza con piattino e relativo
cucchiaino
panicamente bardati d’un vello animale) di Meret Oppenheim
ove un’aura di
pelosa follia si coniuga ad una prosaicità da tavola
imbandita. Strano, molto
strano: sempre Dalì, nel suo catalogo degli oggetti
surrealisti, immagina
fianco a fianco una scarpa – oggetto feticistico per
eccellenza come insegna,
ancor prima di Masoch, la fiaba Cenerentola
a sua volta remake edulcorato del racconto partenopeo
Invischiati
viepiù nelle
panie del vizio, neppure Proust può dirsi alieno alla scena
che va delineandosi
se, nei meandri della Recherche,
stilla in bocca ad un suo celebre personaggio femminile la pluricitata
frase:
“Quanto a Vermeer di Delft, ella gli domandò se
una donna l’aveva fatto soffrire,
se una donna l’aveva ispirato”.
E’
altresì
significativo, nella “poetica degli interni”, nel
soggiogante teatrino
domestico inscenato da Vermeer, il ricorrere estatico
d’appaganti – in termini
di tessuti, e del resto il pittore era figlio di un tessitore
– figure
femminili spesso addobbate d’una sgargiante mise di seta
gialla vanitosamente
bordata d’ermellino. Ora, come vedremo, è
sintomatico il ruolo svolto da tale
nobile livrea nelle meticolose messinscena fantasticate da Masoch.
La
pelliccia come estensione della pelle e come aura
“Organo
del tatto è la
pelle” , scrive Junger in Linguaggio
e
anatomia, “Essa delimita il corpo verso
l’esterno e perciò diviene simbolo
della sicurezza fisica ma anche del dolore “, e
così prosegue poco oltre, “ai primitivi
la pelle serve da trofeo (…) Dal punto di vista fisiologico,
la pelle non è
solo la copertura del corpo, ma anche l’organo del tatto
più fine e sensibile;
in senso spirituale, è l’aura che protegge
l’uomo. Perciò è in relazione
stretta con la sicurezza. Per un pelo il pericolo ci sfiora non ci
colpisce. Rischiare la pelle
è sottoporre il corpo
a un mortale pericolo, e ancora più grave è la
minaccia quando si rischia la testa e il collo
(…)”2
“Feci
colazione (…) leggendo il libro di Giuditta; invidiavo il
feroce Oloferne quel pagano. Per la sua fine sanguinosa e per la regale
creatura che gli mozzò il capo.”3
Se
ci si sofferma sull’interpretazione del fenomeno Masoch
effettuata da Deleuze 4, s’apprende
che è sintomatico del masochista anteporre il senso di colpa
che di norma
subentra al piacere (“la cristiana
autoumiliazione”, per dirla con Junger);
ossia: la punizione sottesa alla voluttà è in
qualche modo esorcizzata,
nell’ideale calvario dell’autore, tramite una
messinscena pagana che ribalta la
prospettiva.
Sia
essa principessa o contadina, che indossi l’ermellino o il
pelo d’agnello, vi è sempre questa donna con la
pelliccia e la frusta che rende
l’uomo schiavo, e nello stesso tempo è la mia
creatura e la vera donna sarmata.
5
Dopotutto,
viene da chiedersi, cos’è che ci fa invaghire,
coccolare con diletto, scrutare
con occhi languidi e patetici taluni animali in tenera età,
vale a dire:
anatroccoli, pulcini, cuccioli di mammiferi in genere, orsacchiotti e
mici in
particolare? Ebbene sì, ad attrarre è il loro
manto vezzoso, felpatamente
arruffato come il pompon d’una pantofola femminile. Non
è escluso che si tratti
d’un feticismo tattile affine a quello che distingue Ed Wood - il leggendario regista trash di Hollywood affettuosamente
celebrato sugli schermi da Tim
Burton - tanto ammaliato dai rilassanti maglioncini d’angora
che adorava
indossare. Giunti a questo punto vediamo cosa ha da dire al riguardo il
maggior
esperto in materia, Sacher-Masoch appunto; ecco un dialogo estrapolato
da Venere in pelliccia
- sono i due protagonisti Wanda e Severin a parlare:
(…)
“ma da cosa deriva questa sua gran predilezione per la
pelliccia?”
“E’
qualcosa di innato,” le risposi,
“l’attrazione si è
manifestata in me fin da bambino. E poi su tutti i nevrotici la
pelliccia fa
sempre l’effetto di un eccitante, il che si spiega con una
legge di natura. Si
tratta di uno stimolo fisico, stranamente intenso a cui nessuno
può sottrarsi
completamente”.
“In
epoca recentissima, la scienza ha messo in luce una certa
parentela tra l’elettricità e il calore, i loro
effetti sull’organismo umano
sono in tutti i casi analoghi. Le zone calde e tropicali producono
uomini
passionali, una atmosfera calda genera eccitazione. Altrettanto succede
con
l’elettricità. Di qui deriva l’influsso
benefico e quasi stregante che la
vicinanza dei gatti esercita sugli individui spirituali ed eccitabili,
la
grazia dei loro movimenti delle loro lunghe code,
l’attrazione elettrica che
scaturisce da loro, come una scarica di scintille, li han fatti
diventare i
favoriti di un Maometto, di un Richelieu, di un Rosseau, di un
Wieland.”
“Una
donna che indossa la pelliccia, non sarebbe dunque
nient’altro che una grossa gatta”
esclamò Wanda, “una batteria elettrica un
poco più carica?”
“Ma
certo,” le risposi, “io mi spiego così
anche il significato
simbolico che la pelliccia assume ai miei occhi come attributo della
potenza e
della bellezza. In questo senso l’assunsero come loro
prerogativa, in epoche
passate, monarchi e nobili, se ne rivestirono loro. I grandi pittori,
invece,
la riservarono alle regine della bellezza. Quindi Raffaello per le
forme divine
della Fornarina e Tiziano per il roseo corpo della sua adorata non
trovarono
involucro più prezioso di una pelliccia scura.”
“La
ringrazio per la dotta dissertazione erotica,” disse Wanda,
“ma lei non mi ha detto tutto. Lei collega con la pelliccia
qualcosa di molto
fuor dal comune.”
“Ma
si capisce,” gridai al colmo dell’esaltazione,
“le ho già
detto e ridetto che io trovo nella sofferenza una singolare attrazione,
che
niente riesce a far divampare la mia passione come la tirannia, la
crudeltà e
soprattutto l’infedeltà
di una bella
donna. E questa donna, questo strano ideale tratto
dall’estetica dell’odioso,
l’anima di un Nerone nel corpo di una Frine, non posso
concepirla se non in
pelliccia.”
Dunque,
come suggerisce nel suo libro Deleuze, la scena può
mutare radicalmente e farsi fantasticamente ferina: “Nella
maggior parte dei
romanzi di Masoch vi è la minuziosa descrizione di una scena
di caccia: la
donna ideale caccia l’orso e il lupo e
s’impadronisce della pelliccia.” E qui,
fatalmente, il pensiero vola al folklore parallelo di tanti miti
pastorali o
fauneschi - Marsia? - e persino a Cappuccetto
Rosso.
Stasi
sospensione attesa nella pittura di Vermeer
Nella visibilità
esplicita, nello stupore claustrofobico delle stanze di Vermeer ogni
sorta
d’oggetti, le nature morte, i quadri come fondale, i tessuti
sfarzosi e
finanche i pigri personaggi si pavoneggiano come mercanzie in un limbo
di silente
catalessi e per quanto prosaica possa apparire la scena - da sbirciare
indiscretamente, ovvero incorniciata da tende e tappeti in guisa di
quinta -
essa pare comunque inamidare lo scorrere del tempo. Vampirizziamo qui
di
seguito alcuni autorevoli pareri in tal senso: 6
In
tutto ciò che dipinge Vermeer, aleggia (…) una
calma di
sogno, un’immobilità completa (…) Huizinga
(…)
la calma che avvolge le cose e gli esseri umani diviene
quasi una sostanza, in cui gli oggetti e i personaggi (trattati a loro
volta
come oggetti) lasciano trasparire un loro segreto legame. In questi
dipinti la
durata sembra sospesa, la vita quotidiana appare sotto il segno
dell’eternità. Tolnay
Quando
Vermeer dipinge i suoi modelli come nature morte,
eccelle. Hale
(…)
e, tuttavia, su questa assorta quiete aleggia il mistero: il
silenzioso mistero della morte.
Tutta
l’arte di Vermeer altro non è che questo bloccare
l’attimo, questo fare di ogni cosa, (…) qualcosa
di fisso, di eterno. Trucchi
Le
opere di Vermeer comunicano piuttosto un senso di attesa che
qualcosa si verifichi, un evento latente dietro la quiete apparente
(…) Danesi
Squarzina
-
a proposito di Matisse - (…) la sua pittura è
lungi
dall’essere casta come quella di Vermeer, che non tocca
l’oggetto (…) Dalì
Stasi sospensione
attesa in Sacher-Masoch
(nella
lettura di Deleuze)
(…)
le scene masochistiche hanno bisogno di fissità come la
scultura o il dipinto, di sostituirsi a sculture o quadri, di
sdoppiarsi in uno
specchio o in riflesso.
Masoch
(…) ha tutti i motivi di credere nell’arte
dell’immobilità e alle riflessioni della natura.
Le arti plastiche, quali egli
vede, eternizzano il loro soggetto, sospendendo un gesto o un
atteggiamento. La
frusta e la spada che permangono sospese, la pelliccia che non si apre,
il
tacco che sta per abbattersi sulla vittima e non termina mai la propria
traiettoria, come se il pittore avesse rinunciato al movimento per
esprimere
un’attesa più profonda, più vicina alle
fonti della vita e della morte (…) è
essenzialmente propria del masochismo l’esperienza
dell’attesa e della
sospensione.
(…)
Masoch invece si esprime in una forma che moltiplica i
disconoscimenti per far nascere nella freddezza,
la sospensione estetica (…) Masoch investe
nella letteratura non più il sogno romantico,
bensì le risorse e le potenze del
fantasma. Letterariamente Masoch è il maestro del fantasma e
della sospensione
(…)
L’ideale
masochista ha la funzione di far trionfare la
sentimentalità nel glaciale e attraverso il freddo
(…) il freddo è insieme
ambiente protettore e medium, bozzolo e veicolo (…)7
(brani da)
Venere
in pelliccia
(…)
e tutti i sanguinosi tiranni che mai sedettero su di un
trono (…) tutte le donne che le pagine della storia ci
mostrano sensuali, belle
e violente come Libissa, Lucrezia Borgia, Agnese di Ungheria, la regina
Margot,
Isabeau, la sultana Rosselana, le zarine russe del secolo scorso, tutti
e
tutte, io li vedevo avvolti in pelliccia o comunque in vesti bordate
d’ermellino. 8
(…)
e Wanda pattina veloce sul ghiaccio, con la bianca veste di
raso svolazzante. Il candore del suo ermellino mi acceca ma ancor
più il suo
volto, ben più della neve (…)
(…)
e ora, guardarla meglio, non è più Wanda, ma una
grossa orsa
bianca, che mi affonda gli artigli nella carne (…)
Tu
susciti incendi, ma sei di ghiaccio.
Chiude
la porta, si appoggia al mio braccio, mi guida verso
l’ottomana di damasco rosso, da cui si è alzata
per venirmi incontro. Tutto
l’addobbo della camera, tappeti, tende, baldacchino
è in damasco rosso. Uno stupendo
affresco, rappresentante Sansone e Dalila, orna il soffitto.
Una
nuova toilette, fantastica! Stivaletti russi foderati di
velluto viola e guanti d’ermellino, una veste dello stesso
colore sempre
guarnita d’ermellino, un mantello corto anch’esso
foderato della stessa
pelliccia, un berretto alto nello stile di Caterina
Sicché,
malgrado le
vane promesse e grazie a rizomatiche digressioni, sono più
d’una le affinità
elettive che paiono annullare lo scarto temporale e far simpatizzare i
nostri
due eroi: di certo nutrono la medesima ostinazione
nell’imbalsamare le
immagini, nell’imbastire un cerimoniale teatralizzato ai fini
di una
cristallizzazione fantasmatica della scena. Per certi versi, Vermeer
dipinge il
quotidiano come qualcosa di straordinario mentre dal canto suo Masoch,
come
afferma Deleuze, “desessualizza l’amore e
sessualizza tutta la storia
dell’umanità”. In realtà, sia
il pittore che lo scrittore sono dei
“sovrasensuali”, ovvero sublimano l’amore
nella patina seducente delle cose: in
particolare lo scrittore descrive corpi sontuosamente drappeggiati
all’insegna
del motto: “appena volete essere naturali, diventate
volgari”. Non è tutto ciò
più che sufficiente perché entrambi possano
entrare di diritto nel mondo in
esperibile e statico dei blasoni? Se non bastasse, per quel che
riguarda lo
scrittore, si leggano i seguenti brani ancora una volta tratti da Venere in pelliccia:
Wanda
si è messa a suo agio, in un negligè di mussolina
e
merletti. E’ su di un divanetto di velluto rosso, i piedi su
un cuscino pure di
velluto, e si è infilata il mantello di pelliccia, lo stesso
in cui mi è
apparsa per la prima volta come dea dell’amore. La luce dei
candelieri sul
tremeau si riflette nel grande specchio e le fiamme del caminetto
giocano in mille
riflessi sul velluto verde, sul zibellino azzurro cupo del mantello,
sui
capelli di un rosso fiammante della bella signora che mi rivolge il
volto
fulgido, ma freddo, e mi fissa, impassibile, coi i suoi occhi verdi.
Prima
di partire s’impadronisce di tutti i miei vestiti per
farne dono al portiere d’albergo, e mi ordina di indossare la
sua livrea, di un
azzurro chiaro, coi polsini rossi e un berretto rosso, guarnito di
pavone, che
non mi sta affatto male.
Sui
bottoni d’argento è impresso il suo stemma. Ho
l’impressione
di essermi venduto o di aver consegnato l’anima al diavolo.
dicembre ’95 Bruno
Benuzzi
NOTE
1)
Salvator
Dalì, “Aspetti fenomenologici del metodo
paranoico-critico”, in Sì, Rizzoli, Milano 1980.
2)
Ernst
Junger, “Linguaggio e anatomia”, ne
Il
contemplatore solitario, Guanda, Parma
1995.
3)
Leopold
von Sacher-Masoch, Venere
in pelliccia, Tascabili Bompiani, Milano
1978; sul tema si veda anche il famoso quadro Giuditta e
Oloferne di Artemisia Gentileschi assurto col
tempo ad
emblema di certo femminismo estetico.
4)
Gilles
Deleuze,
Presentazione di Sacher-Masoch, Tascabili
Bompiani, Milano 1978.
5)
L.
von Sacher-Masoch, “Ricordi d’infanzia e
riflessioni sul
romanzo” in Cose
vissute appendice a Presentazione
di
Sacher-Masoch, op. cit.
6)
citazioni
da Vermeer, I Classici dell’Arte, Rizzoli, eccetto:
Silvia Danesi Squarzina, Vermeer in
Art Dossier n°45 e S. Dalì, op. cit.
7)
Cfr. Oreste del Buono, introduzione a Venere
in pelliccia, op. cit.
8)
E’
frequente, anzi ossessiva, nella visionarietà artefatta dei
libri di Masoch, l’attenzione riservata a pelliccie
d’ermellino; di certo
denotano uno scrupolo dal valore visivo decisamente araldico. Imitazione
Ermellino
s’intitola del resto una serie di racconti ambientati nel
mondo dello
spettacolo.
Testo
pubblicato in
occasione dell’omonima mostra tenutasi presso