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«Racconto la mia vita di dolore...»


images/gisy.rid.jpg Il seguente articolo/intervista di Benedetta Cucci è apparso sul Resto Del Carlino di Bologna 3 Modena domenica 12 aprile 2009

Prima ha sparato con una narrazione calibro “vietata ai 18” contro il mondo dello spettacolo, riflettendo con cinismo e ironia sullo stato della meritocrazia in “La ragazza definitiva”, uscito per Castelvecchi. Adesso, con “Vorrei che fosse notte” (Elliot editore) torna ad usare la scrittura come arma, scegliendo però di colpire il falso perbenismo delle piccole comunità fondate sul silenzio e sulla reticenza. Come succede nel suo piccolo paese di origine, a nord di Vicenza, sulla direttrice per Trento. Da qui Gisela Scerman, 30 anni, è scappata quando ne aveva 17, approdando a Modena, dove ancora abita, dividendosi tra la professione di scrittrice e quella di modella per l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Assolutamente audace e temeraria, nello scandagliare senza mezzi termini il suo privato per raccontare storie universali, Scerman in “Vorrei che fosse notte” assume l’identità di un bambino per distaccarsi da sé e narrare un “mondo crudele”, una “famiglia priva di affetto” e genitori, come tanti negli anni settanta, che si buttavano nell’impegno con la vita e i suoi riti ancora ancestrali, senza tetto né legge.

Gisela, dopo la trasgressione de “La ragazza definitiva”, forse lettori ed editori si aspettavano ancora un libro dalle tinte forti...

E’ vero, ma io non amo seguire le mode. Preferisco dire la mia e seguire le mie riflessioni. Ecco perché ad esempio questo tipo di libro non interessava più a Castelvecchi. E’ un libro più intimo, parla di sentimenti sedimentati nella vita, delle cose dell’infanzia che tornano nei sogni in forma di spauracchi, come lo zio Frank...

Ma parla davvero di suo zio?

Certo, è un libro in buona parte autobiografico, ho sofferto molto mentre scrivevo, perché ci sono ancora cose vive dentro di me. Lo zio Frank ad esempio, fratello di mia madre, ci ha fatto vivere nel terrore. Io ho vissuto coi nonni fino a sei anni, lui era una figura presente e dall’altra parte c’era quella assente di mio padre che non ho mai praticamente conosciuto e che si è rifatto vivo quando il mio nome ha iniziato a girare dopo l’uscita de “La ragazza definitiva”.

Lei non fa proprio segreto di nulla, ma come l’hanno preso questo libro al suo paese?

Non lo so davvero, ma non me ne faccio un problema. La mia storia è il pretesto per raccontare la realtà sociale del ‘paese’ non necessariamente il mio, dove tutti parlano male di tutti. E’ uno stato di bambini vecchi, non c’è cultura, non ci sono interessi fuori dalla famiglia e tutto è basato sul primigenio riempitivo. E’ una società arcaica dove nessuno si fidanza oltre il raggio di 20 chilometri.

E poi ci sono sua madre e suo padre...

Mia madre è l’esempio di cosa vuol dire uscire dalla provincia e incontrare il mondo...dal verso sbagliato. Loro si sono conosciuti a Monaco, si sono sposati perché aspettavano me e poi dopo tre anni fine. Erano inconsapevoli e sbandati. Mi è sempre mancato il senso di unità, di famiglia e ho sempre voluto diventare grande per andarmene, sperando, ogni inizio giornata, che arrivasse la notte per non dover vivere la vita. E credo che questa storia non appartenga solo a me...

Benedetta Cucci