Pensieri Distratti e Distrutti
Poesie
Racconti
Malavolta
L'Orfeo marino
Il tramonto della vulva flipper (omaggio a Mattia Moreni)
Rovescio
Punkabbestia
Libri
"Vorrei che fosse notte" Elliot 2009 Primo Capitolo: Dalla parte del diavolo
La ragazza definitiva (copertinario per le librerie)
La ragazza definitiva Castelvecchi 2007 (anteprima di 32 pagine)
Malavolta morì in una sera d’estate. La scuola era finita da qualche settimana, ma nel giro di poche ore tutti siamo venuti a sapere di come con il motorino cadde giù per un dirupo mentre stava per tornare a casa nel paesino di Molvena.
Mi fece specie il fatto che nel giorno del suo funerale alcune compagne di classe si fossero truccate in maniera molto evidente, mentre trattenevano le lacrime per non fare colare il il mascara dagli occhi; parlavano di lui, di quella volta che durante la messa di Pasqua che si teneva nella chiesa vicino alla nostra scuola si era messo le dita nel naso prima di andare a prendere l’ostia, poi alcune ragazze.
Malavolta era anche un mio confidente, il miglior amico di un mio vecchio fidanzato che abitava a cinque minuti di strada in salita da lui. Quasi sempre se passavo di lì lo andavo a salutare. L’ ultima volta che ero stata a casa sua lui non c’era “deve tornare tra poco” mi disse sua mamma, nel frattempo mi ero seduta sul muretto fuori casa ad aspettarlo. Lì rannicchiata con le ginocchia sotto il mento stava anche sua sorellina, che aprendo la bocca mi faceva vedere quanti dentini aveva perso. Poi strappava un fiorellino dall’erba e se lo metteva tra i capelli. Lui che li aveva color gialli paglia e quando tornò quel pomeriggio la prese in giro che si faceva bella così bambina.
D’inverno alla scuola di Tonezza del Cimone faceva freddo e dal tetto pendevano le stalattiti di ghiaccio, ogni tanto se ne staccava qualcuna che si schiantava a terra sulla neve battuta dai passi. “E’ pericoloso stare qui sotto mi diceva, meglio andare sul prato dietro la scuola a fumarsi una cicca”. Io gli chiedevo sempre di quel mio fidanzato, soprattutto dopo che non ci frequentavamo più – una volta ci rimasi male, mi riferì che lui mi aveva trovato molto trasandata da quando ci eravamo lasciati. Era vero, e per ripicca alla pausa di ricreazione mi facevo offrire da De Grassi un Kinder Bueno comperato al furgoncino di Mario che passava sempre alla stessa ora. Lo stesso De Grassi mi corteggiava da due anni, e cercava di parlarmi in continuazione durante le ore di lezione, finché non riuscì a farlo stare calmo una mattina tra le risa di tutte i compagni quando gli vedetti una mia fototessera a cinque mila lire. Quello non era stato l’unico episodi di corteggiamento, una volta mi aveva pure buttato un ciondolo di cuore in argento dentro lo zaino, mi rimase molto impresso perché anche ai professori diceva sempre che suo padre era uno violento che perseguitava sua madre dopo il divorzio; allora non capivo come il figlio di uno così potesse regalarmi un ciondolo tanto bello. Ma De Grassi aveva un’ossatura grossa che tradiva ogni gesto di gentilezza, e questo si abbinava benissimo con il suo cognome, pensavo che era ancora giovane perché potesse essere uguale identico al padre, e se non era violento ancora e con una certa sensibilità per i ciondoli era perché non era ancora grande abbastanza.
L’unica volta che lo vidi veramente zitto fu proprio al funerale di Malavolta, anche i genitori erano zitti; alla sorellina che teneva a penzoloni un pupazzo orsetto di peluche non erano ancora spuntati i nuovi denti. C’avevo fatto caso perché mi ero chiesta se nel frattempo di quella tragedia e in quei pochi mesi addietro che mi ero lasciata con quel mio moroso grande amico di suo fratello,le fossero usciti. I genitori di cui il padre paralitico erano in un gran silenzio, lucidi nella sofferenza, ma senza una lacrima. Da poco avevano finito di fa costruire la casa lì in quella zona collinosa con le strade costeggiate dai dirupi che gli avevano inghiottito il figlio , quella lì col muretto dove parlavo alla loro piccola figlia sdentata.
“Se il signore ha voluto così, sarà giusto che sia così; bisogna farsi coraggio e andare avanti se questo Dio ha voluto” diceva la madre. Anche se pregava ogni giorno la professoressa di merceologia mi chiedeva gli anni dopo quel giorno “come si fa perdere un figlio di 17 anni e avere ancora fede?”.
Poesie
Racconti
Malavolta
L'Orfeo marino
Il tramonto della vulva flipper (omaggio a Mattia Moreni)
Rovescio
Punkabbestia
Libri
"Vorrei che fosse notte" Elliot 2009 Primo Capitolo: Dalla parte del diavolo
La ragazza definitiva (copertinario per le librerie)
La ragazza definitiva Castelvecchi 2007 (anteprima di 32 pagine)
Malavolta
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Malavolta: tutto il tempo in un'estate |
Malavolta morì in una sera d’estate. La scuola era finita da qualche settimana, ma nel giro di poche ore tutti siamo venuti a sapere di come con il motorino cadde giù per un dirupo mentre stava per tornare a casa nel paesino di Molvena.
Mi fece specie il fatto che nel giorno del suo funerale alcune compagne di classe si fossero truccate in maniera molto evidente, mentre trattenevano le lacrime per non fare colare il il mascara dagli occhi; parlavano di lui, di quella volta che durante la messa di Pasqua che si teneva nella chiesa vicino alla nostra scuola si era messo le dita nel naso prima di andare a prendere l’ostia, poi alcune ragazze.
Malavolta era anche un mio confidente, il miglior amico di un mio vecchio fidanzato che abitava a cinque minuti di strada in salita da lui. Quasi sempre se passavo di lì lo andavo a salutare. L’ ultima volta che ero stata a casa sua lui non c’era “deve tornare tra poco” mi disse sua mamma, nel frattempo mi ero seduta sul muretto fuori casa ad aspettarlo. Lì rannicchiata con le ginocchia sotto il mento stava anche sua sorellina, che aprendo la bocca mi faceva vedere quanti dentini aveva perso. Poi strappava un fiorellino dall’erba e se lo metteva tra i capelli. Lui che li aveva color gialli paglia e quando tornò quel pomeriggio la prese in giro che si faceva bella così bambina.
D’inverno alla scuola di Tonezza del Cimone faceva freddo e dal tetto pendevano le stalattiti di ghiaccio, ogni tanto se ne staccava qualcuna che si schiantava a terra sulla neve battuta dai passi. “E’ pericoloso stare qui sotto mi diceva, meglio andare sul prato dietro la scuola a fumarsi una cicca”. Io gli chiedevo sempre di quel mio fidanzato, soprattutto dopo che non ci frequentavamo più – una volta ci rimasi male, mi riferì che lui mi aveva trovato molto trasandata da quando ci eravamo lasciati. Era vero, e per ripicca alla pausa di ricreazione mi facevo offrire da De Grassi un Kinder Bueno comperato al furgoncino di Mario che passava sempre alla stessa ora. Lo stesso De Grassi mi corteggiava da due anni, e cercava di parlarmi in continuazione durante le ore di lezione, finché non riuscì a farlo stare calmo una mattina tra le risa di tutte i compagni quando gli vedetti una mia fototessera a cinque mila lire. Quello non era stato l’unico episodi di corteggiamento, una volta mi aveva pure buttato un ciondolo di cuore in argento dentro lo zaino, mi rimase molto impresso perché anche ai professori diceva sempre che suo padre era uno violento che perseguitava sua madre dopo il divorzio; allora non capivo come il figlio di uno così potesse regalarmi un ciondolo tanto bello. Ma De Grassi aveva un’ossatura grossa che tradiva ogni gesto di gentilezza, e questo si abbinava benissimo con il suo cognome, pensavo che era ancora giovane perché potesse essere uguale identico al padre, e se non era violento ancora e con una certa sensibilità per i ciondoli era perché non era ancora grande abbastanza.
L’unica volta che lo vidi veramente zitto fu proprio al funerale di Malavolta, anche i genitori erano zitti; alla sorellina che teneva a penzoloni un pupazzo orsetto di peluche non erano ancora spuntati i nuovi denti. C’avevo fatto caso perché mi ero chiesta se nel frattempo di quella tragedia e in quei pochi mesi addietro che mi ero lasciata con quel mio moroso grande amico di suo fratello,le fossero usciti. I genitori di cui il padre paralitico erano in un gran silenzio, lucidi nella sofferenza, ma senza una lacrima. Da poco avevano finito di fa costruire la casa lì in quella zona collinosa con le strade costeggiate dai dirupi che gli avevano inghiottito il figlio , quella lì col muretto dove parlavo alla loro piccola figlia sdentata.
“Se il signore ha voluto così, sarà giusto che sia così; bisogna farsi coraggio e andare avanti se questo Dio ha voluto” diceva la madre. Anche se pregava ogni giorno la professoressa di merceologia mi chiedeva gli anni dopo quel giorno “come si fa perdere un figlio di 17 anni e avere ancora fede?”.
