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Punkabbestia

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"Vorrei che fosse notte" Elliot 2009 Primo Capitolo: Dalla parte del diavolo

La ragazza definitiva (copertinario per le librerie)
La ragazza definitiva Castelvecchi 2007 (anteprima di 32 pagine)

Punkabbestia

Tempo fa volevo partire per andare a fare un viaggio in Germania.
Girare il mondo mi è sempre sembrata una bella cosa, anche perché mi piace l'idea di avere conferma che il mondo è noioso in ogni suo punto; ma se non ci vado, questo posso solo immaginarlo.
So che mi aiuterebbe a sopportare meglio il fatto di annoiarmi in un unico piccolo spazio della terra sapere che ci sono modi diversi di annoiarsi qua e là; ma per viaggiare e avere conferme del genere ci vogliono cash, tempo e salute.
Cose che per averle tutte e tre assieme per me e non solo, è un po’ come vincere al superenalotto. Così ho sempre simpatizzato per l'idea del tele trasporto. Poter entrare in una cabina in un posto, inserire un gettone trasportatore digitare un codice, e ritrovarmi dalla parte agognata, tutta intera, in tempo reale. So che è una cosa che mi viene da pensare per la stanchezza di aver le gambe, e anche perché non guido.
Le macchine mi sono sempre sembrate strane e surreali, cose di latta colorata con ruote e volante; in più mi è sempre parso difficile, come con le persone sapere quali distanze prendere con queste e tra i viottoli. E paura di scontri.
Nonostante queste sensazioni, gli altri mi dicono che dovrei prenderla la patente, che se non ho cognizione dello spazio è proprio perché non ho mai guidato.
Uno se non ha la patente non è proprio rispettabile, non fa molto bella figura col mondo, ma ancora in fin dei conti essendo io una donna, posso ancora salvarmi in extremis, che se non faccio testo non importa, ci si immagina faccia altre cose. Anche più divertenti. Ma io invece ho paura di perdermi, potrei non saltarci fuori nemmeno in una circonferenza, se faccio un giro a cerchio posso partire per la diagonale ed essere convinta di essere andata a tutto tondo. Però la gente insiste che portare un macchina è una cosa facilissima, non ci si può sbagliare, per le strade.
Tanto tutte le strade portano a Roma mi dicono. Facile no?
Che culo. Già che culo, dato che che mentre me lo dicevano sarei dovuta andare a Norimberga.
Comunque l'autostrada è dritta; dovrebbe essere fatica perdersi in giri strani, ma io ho dei dubbi anche lì, che magari anche se è dritta io potrei essere sempre convinta di andare nel verso opposto.
In ogni caso non avrei guidato io, ci avrebbero pensato i miei amici alla prima traiettoria ghirlandina-Munchen.
Prima di arrivare a Modena, sono tornata dal lavoro da Bologna, che lì ci sono cose e tizi per strada che mi ricordano la Germania degli anni settanta, ma quelli che girano per Via Zamboni e Via Del Pratello, me la fanno immaginare in modo finto.
Quella vera invece mi è quella raccontata da altri amici, che là ci hanno vissuto più di me, allora possono avere anche un angolo insudiciato dalla memoria dell'epoca.
Mi parlano di Marienplatz a Monaco e le altre piazze, anche di Berlino, negli anni settanta; dei giovani che con i capelli colorati volevano fare i punk e di come lo diventavano a suon di spade combattute di braccia e cuore, e del molto vomito per il sistema e per le cene congestionate sul sangue.
Allora l'odore era quello della piazza e degli ultimi metrò della sera, dell'asfalto che saliva fino a toccare lo scuro, del cielo notte e delle occhiaie, del sesso scomodo dove capitava, del trucco sfatto dalle salive e dal giorno, dei divertimenti di coraggio e trasgressione, come fretta di occasioni a prestito.
Invece a Bologna, è tutta un'altra storia.
Qui si trovano dappertutto i giovani, ma non i giovani e basta, si trovano molti giovani con il cane, chiamati appunto punkabbestia.
A forza di sentire dire che chi è diverso è meglio, tutti che vogliono fare gli alternativi, che ti snobbano se non hai un chilo di ferro innestato in faccia, e il polmone d'acciaio lo snobbano uguale; anche se l'acciaio sarà ben meglio del ferro no? Si sa.
Loro si rifanno ai tempi di cui parlavo prima, ma non può essere la stessa cosa rifare nel 2000 passato una cosa che era degli anni settanta. Ma questi giovani, hanno un'anima di periferia che gli batte di forte entusiasmo pensando sia il mondo, e liberà di un fiasco e un cane per mano.
Le conseguenze sono che nei dintorni di Via Zamboni, Via Belle Arti e Via Del Pratello devi stare attento a dove metti i piedi, per non calpestare le merde dei cani che questi tizi si portano sempre appresso.
Di solito questi tengono dei capelli rasta che mi sembrano degli stronzi che vengono giù dalla testa.
Io non ci trovo niente di attraente in questo, ma si vede che a loro gli piace. Una del posto mi ha rivelato una cosa incredibile per me, ovvero che i punkabbestia si chiamano così per un motivo ben preciso.
Io intanto non avevo capito che era punk la prima parola, e credevo invece fosse come si pronunciava, “panca” e “bestia”, perché vedendo loro e la vita che fanno mi immaginavo che gironzolano e dormono da una panca all’altra della città e in più dato che girano sempre con il cane, che è una bestia anche quella, il termine pancabestia tuttattaccato, mi sembrava una cosa più che ragionevole; invece “A bestia”, è un'esclamazione che sta ad indicare un eccesso, la loro parte estrema di tutto questo essere punk, come per dire “A sproposito”, “A buco”, “Ad oltranza”, e davvero se non me lo avessero spiegato non ci sarei mai arrivata. Non lo so se gli stessi punkabbestia lo sappiano che riguardo il loro nome ci sono queste dicerie qua , che sono comunque voci perché poi sono andata a guardare sul dizionario etimologico Rusconi e c'era scritta ancora un'altra cosa. Ovvero che questo termine deriva, dice, probabilmente “per le abitudini di vita che li accomunano agli animali che li accompagnano; che è un neologismo, appartenente a gruppi di giovani che vivono per strada, chiedendo l'elemosina e in promiscuità con i loro cani”.
Però visto che il vocabolario dice che nella parola punkabbestia “bestia” probabilmente è riferito al cane, nemmeno lui è sicuro, invece io son sicura che "A bestia" nei dintorni di Bologna vuol dire "A sproposito", ma magari poi alla fine vuol dire tutte due le cose senza troppi problemi; però mi ha colpito che specificasse che chiedono l'elemosina, perché non è mica vero che lo fanno tutti.
E poi, io mi fido a volte più delle voci che dei vocabolari, che sono scritti anche quelli per sentito dire.
Forse anch’io ho dei pregiudizi, e non mi finiscono mica queste tendenze qua, son convinta che molti punkabbestia e molti di quelli che si mettono tanti piercing, tra qualche anno saranno tutti degli ottimi impiegati perché i loro genitori li pagano per fargli fare gli sballati o i finti sballati, che uno alla fine si stufa di fare l’alternativo mantenuto, che se non fosse mantenuto sarebbe solo alternativo, senza bisogno di darlo a vedere o non gli passerebbe nemmeno per la testa di fare l'alternativo. In Germania come poi in altre parti allora, pure quella era una moda, ma almeno compresi i figli dei fiori era la prima volta che si faceva una moda per una rivoluzione. Un po’ ai nuovi punkabbestia gli spiace di essere di moda senza una rivoluzione, gli piacerebbe l'idea..
Comunque succede che per strada mentre vo verso Modena, passo per Borgo Panigale; lì si vedono cose poco gratuite, anche se magari con gli sconti sì: tipo le puttane.
All'una di pomeriggio si mettono a leccare i gelati di panna per strada, che quella scena era d'estate ed avevano caldo credo. Uno si ferma tira giù il finestrino.
Non è un cliente, solo uno che chiede indicazioni ad una, così si rifà occhi e memoria per la sera.
Lei si piega con culo di jeans corti e maglietta, ad altezza tette finestrino e con mano indica una strada poco più avanti sulla destra.
Loro sì, che ci sanno, le conoscono le strade.
In via Rigosa, lì vicino, invece di quelle che leccano i gelati c'erano quelle di colore, (che sono poi scure di pelle, non di tipo arlecchino, ma si dice così), a poco prezzo, con topa al vento d'estate e al freddo d'inverno, che quasi ti saltano in macchina, giovani ma lavorati corpi di stanchezza e bave.
In ogni caso con queste è meglio andarci di giorno, che costano poco e si vedono/vendono meglio, che loro sono sempre a disposizione, non riposano nemmeno in sogno.
Pur di tirar su grana.
Per curiosità vado a dare un occhio. Stanno in piedi, aspettano clienti sbrigativi per poco prezzo, che anche solo cinque euro di cazzi in bocca se li fanno bastare per l'aspettativa alla libertà.
Io vedo l'erba secca, loro che un po’ si nascondono se mi vedono che sono femmina; regalo una caramella al limone e salvia a chi l'accetta. Magari qualche cliente lo baceranno; chissà? Non capita quasi mai mi dicono.
Verso sera sarei partita.
Con i miei amici racconto un po’, loro sono veneti e un po’ ci scherzano, ma non troppo sulle troie, come sul Cristo. Gli sembrano cose che non si possono toccare.
Io dico che il Cristo no di sicuro, visto che non lo ho mai incontrato, le troie invece sì, eccome. Verso Bolzano, lungo l'autostrada ci sono dei meleti, dai fari sbucano agli argini della strada alcune prostitute, stivali bianchi che col buio si fanno notare, sembra ci siano solo quelli, che camminino senza corpi, poi del biondo un metro e mezzo sopra.
Fanno autostop.
Noi rispondiamo con un ok di dito, e salutiamo loro e la notte.
In Germania è più libero anche se più contenuto che sembra strano, ma è così. A Norimberga ad esempio c'è la casa rossa, che lì è una casa appunto rossa, dove ci sono le puttane belle che sporgono seni e visi dai davanzali come gerani.
Alcune lisciate bionde, che parlano tranquillamente con la gente che passa sotto strada, sorridono non sembrano infelici.
Ma poi le storie… Io il tedesco non lo parlo mica, e anche quelle che sono in Italia, in genere parlano un'unica lingua universale. E poi una può sempre mentire, mica è sorella di qualcuno una prostituta. Le saluto e mi guardano male, forse pensano le prenda in giro. Mi sembrava strano vedere così per strada una casa delle puttane, avrei voluto avvicinarmi di più per veder cosa avevano lì sul divano, nella camera, in cucina, se hanno la mocca del caffè, uguale agli altri, le mollette per la biancheria, gli snack di tutti. Perché con quelle per strada queste curiosità non te le togli mica, e dagli oggetti si capiscono anche un sacco di cose in più di una persona.
Nel ritorno ci si ferma a Monaco. Marientplaz sembra quasi pulita.
Il passato non sembra aver lasciato gran tracce visibili, non vedo punk come sapevo di venti anni prima, qualche italiano, che mi sluma il culo, e dice bella figa! Non sapendo che ho le sue stesse parole. Faccio finta di non capire, vado avanti, non mi fermo, la lingua attorno, come il selciato ora era quello degli anni prima, ma non era più quello che abbracciava i ritrovi, i riti e lo scuro, ma chi lo sa poi?!
Quello era un giorno e un tempo che non conoscevo davvero, né per esperienza, né per generazione, ma solo per nostalgia. Quando uno passa solo senza vivere non ha mai un volume negli occhi e nella mente, ma solo una figura stampata su carta nemmeno tanto riciclabile.
Sembrava non fosse rimasta più traccia di tutto quello che gli altri mi raccontavamo, era come aprire una scatola nascosta, ed il tempo m'aveva anticipato sulla sorpresa.
Avrei voluto a quel punto andare a cercare nelle case gente di quell'età, che me lo dicessero ancora, che era vero. Che quella piazza che vedevo adesso così, un tempo era la storia dell'esigenza, del margine invalicabile, delle occhiaie di seppia da lucidità bianca, delle spade di non briscola, dei passi di una Cristiana F. al ritorno dal Sounds.
Oppure alla fine chissà, chi se ne frega "Dispiace a pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così senza lasciare segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci"*. Ma allora che ricominci davvero. Da zero.
Che non debba camminare per una via di Bologna, voltarmi alle spalle e non riuscire a vederne il tempo.
Anche i Punkabbestia di oggi, capiranno che la vita è sempre la stessa, non sanno ancora che "Un giorno si guarderanno in dietro e anche per loro sarà tutto passato."*

Gisy
* Cesare Pavese