Pensieri Distratti e Distrutti
Poesie

Racconti

Malavolta
L'Orfeo marino
Il tramonto della vulva flipper (omaggio a Mattia Moreni)
Rovescio
Punkabbestia

Libri

"Vorrei che fosse notte" Elliot 2009 Primo Capitolo: Dalla parte del diavolo

La ragazza definitiva (copertinario per le librerie)
La ragazza definitiva Castelvecchi 2007 (anteprima di 32 pagine)

Rovescio

Mi sono messo le scarpe al contrario stamattina. Non entravano subito, mi è sembrato come una giornata storta. Pochi minuti dopo mi è parso tutto più chiaro.

Camminavo lungo la strada e non c’era un cane. Un muro alto lungo, tutto cemento niente sassi, mi divideva da una parte. Con la camicia a quadri mi tocco il taschino, credevo ci fossero le cicche. Mi viene il vomito che non ci sono, ma non posso sbrodolarmi il addosso il disgusto.
Rispetto, e disciplina soprattutto.
Però ora quelle scarpe così storte, in un piede una e in un piede l’altra mi avevano messo sotto sopra la scatola cranica; il cervello aveva gli occhi puntati verso il cielo e vedeva proprio tutto.

Mi era presa male a pensare che giorni prima sopra il comodino vicino al letto avevo visto quel libro di Dostoevskij con la vecchia traduzione : “Gli indemoniati” e stamattina dopo che mi son messo le scarpe, dopo, e non prima, ho fatto caso che non c’era più.
Saranno stati al massimo tre giorni fa che l’avevo notato, poi non c’ho più fatto caso e stamattina che ho appoggiato la tazza del caffè proprio sul tavolino vicino al letto, mi sono tornate in mente alcune cose.

Certo la Maria ha sempre dimostrato una certa passione quasi morbosa per alcune letture, e ricordo cose a riguardo. Quando ho fatto per salire le scale per andare alla sua camera da letto, la prima volta che ci son stato, quelle scale scricchiolavano ad ogni passo e bisognava far piano a salirle, perché suo marito era sempre ubriaco marcio e dormiva s sul divano della stanza sotto; noi per prudenza si saliva aggrappandoci forte alla ringhiera in modo che il peso sui piedi fosse meno grave sull’impalcatura. In quel salire piano che con un braccio ci tenevamo alla ringhiera e con l’altro la mano, sul muro del giroscala c’era attaccato proprio un primo piano in bianco e nero incorniciato e di Dostoevskij.
Che forse, se non salivamo con tanta prudenza quel legno sudante di fatica, non ci avrei fatto così caso. Ma quello era proprio un primo piano impressionante di faccia, con tanto di barba e baffi che sembrava tenerci più sottocontrollo lui che il marito della Maria.

Suo marito, uno che se ne sta tutto al giorno al bar a giocare a bigliardino al bar Sport, un bar che passa ad essere frequentato dai sindacalisti in pensione la mattina, ai ragazzi che marinano la scuola, a tutti gli annoiati del paese in tutte le ore del giorno con un picco massimo tra le due e mezza e le sei e un quarto, e da dopo le nove di sera fino alla chiusura.
Lì poi Ivan, il marito della Maria, ci torna per giocare a briscola e a poker, dopo aver perso dei soldi a bigliardino. Allora si mette con le gambe aperte e il culo sporgente sulla sedia, dato che fa fatica a starci messo bene, sempre con quella camicia aperta e la catenella d’oro sul petto mi urla sempre la solita frase, ogni esattamente quindici minuti e trenta secondi: “Ehi Sam portami un whisky, di quello invecchiato bene”.

Io comunque a saperlo in una stanza che ci passavo affianco, soprattutto per un vizio della Maria che le piaceva sapere che io e Ivan in certi orari ci incrociavamo, un po’ mi metteva agitazione. Ma lei era tranquilla e mi diceva “Figurati se si sveglia, dopo che c’ha tutto quel whisky in corpo, è già tanto che non esploda quando si accende le sigarette, quando ci riesce”.
A vederlo al bar a me sembrava sveglio; certo si dava da fare anche se gli andava spesso male, ma con gli occhi attenti, mentre con il sigaro sembrava mirasse la rabbia mi lancia delle occhiato come dire “Hai capito anche se perdo chi ha in mano il gioco?”.

Io allora sorrido e sto zitto; ma quella notte di anni fa che ho salito quelle scale, nonostante lo sentissi russare è come se lo sguardo puntato di quel quadro mi volesse suggerire qualcosa.
La Maria mi garantiva “Chi, Ivan che si sveglia e possa pensare che io faccia certe cose? Ma stai scherzando, non se lo può immaginare. Figurati che un giorno che son stata con uno che mi ha pagato per andarci, la sera con quei stessi soldi che ho preso gli ho persino pagato la cena, e lui da tanto felice che era, ha detto che mi risposerebbe, anche se quei soldi avrebbe preferito spenderseli al bar”

-E tu, neanche un po’ di colpa?
-Ma via, in colpa di cosa? Lui non c’è mai, e anche avesse un’altra sarebbe la stessa cosa. Che non ci sia per il gioco o per le donne in fine cosa mi cambia? Fatto sta che non c’è, e poi la colpa, la colpa è una cosa che si sente nelle cose fresche quando ci sono, poi esistono le cose che succedono o che non succedono.
Se devo essere trattata da troia da un marito che non c’è mai almeno che faccia la troia con chi mi paga..
- Ma te ti senti così…?
- Che discorsi, no, faccio per dire però... Poi ognuno ha le proprie rivincite che sa, e non serve dirle. E te pensa che Marlene Dietrich diceva sempre una sua frase come: “Negate, negate tutto, negate sempre tutto, fino in fondo, voi non ne sapete nulla”

Poi lei andava avanti su questa cosa del sentirsi liberata da lui, che se subito mi dava fastidio sapere che c’era, ora quasi mi dispiaceva per Ivan, ma io non la seguivo più; e continuava a girarmi per la testa quel suo racconto dove mi diceva “ la sera con quei stessi soldi che ho preso gli ho persino pagato la cena”.
Ma che razza di persona poteva essere? E lei rideva, che si divertiva a dirle queste cose.
Le ho subito chiesto se me l’avrebbe offerta anche a me, e lei strizzando l’occhio mi risponde, “ma no, io da te mi faccio offrire, o se ti offro, ti offro una viaggio che scappiamo, mica una cena, però certo - aggiunge- per offrirti il viaggio mi dovrei fare tutto il paese prima” E ride.

Ma questo discorso che si era cominciato su per le scale, in realtà si è ripreso tempo dopo, ed io alla Maria con il fatto che ci si vedeva qualche volta alla settimana senza troppe pretese, in realtà mi ci ero anche attaccato, e suo marito che lo vedevo ogni sera al bar o quasi quando lo vedevo mi faceva piacere che non era con lei.

Ci sono stati poi due anni fa tre giorni di seguito che non l’ho visto, allora non potevo chiamarla, avrebbe potuto rispondermi lui.
Quando l’ho risentita il quarto giorno mi ha detto “Ogni tanto lo devo tener buono”
-Cosa significa? Chiedo
- Siamo stai via tre giorni e ci sono andata a letto. Ma è una formalità, tanto pensavo a te. È un disastrato Ivan, ma ogni tanto si ricorda anche… e poi non ci sto così male quando c’è, ma non c’è mai del resto. Ma mica che sia innamorata, io lo sai che su queste cose sono sincera…
- Ma che discorsi sono che ci vai a letto se non te ne frega?
- Mica farmi delle storie - dice - , che io mi devo sbrigare di esserci, te sei capitato e poi sono successe delle cose; voi uomini ve la prendete troppo per queste cose. Ad esempio sai perché non esiste un premio Nobel per la matematica? Perché la moglie di Nobel ha tradito Nobel con un matematico. Ma ti sembra possibile?
- Io parlo di cose serie. Se no lasciamo perdere.

Il discorso termina lì, e poi alla fine ci si rivede, così succede che una sera a casa sua, sempre di notte è capitato che Ivan si svegliasse; la Maria così fa finta di essere in terrazza a tirare su i panni che non dorme e non c’ha sonno quella sera; ed io rimango su, e sento i rumori e i discorsi di sotto con suo marito che parlano, lei imbarazzata che prende l’iniziativa e che faceva, io che sentivo tutto, e quasi pregavo la foto di Dostoevskij come ad un santo - l’ho fatto per paura che venisse su, se ti vedeva sarebbe ben stato peggio? O no? Mai più ho detto, io qui non ci vengo mai più.

Ma per la strada stamattina ripensavo a quel quadro, al fatto che sul comodino non c’era più il libro, e più cercavo le cicche, più mi veniva il nervoso a ripensarci, mentre camminavo lungo quel muro con le scarpe messe al contrario.
E in tutto questo nervoso lo sapevo avrei incontrato qualcuno che mi avrebbe parlato; e quello che pensavo diventava una cosa.

-Che strana mattinata, un vuoto che sfonda i suoni eh Sam?! Da qualche settimana niente pioggia, solo polvere che si attaccava ai pori dei polmoni.
-Sì, ma non è questo.
-No, vedi questo muro lungo e di cemento? C’è sempre qualcosa che divide quello che si vuole da quello che si può. -Già, a proposito di volere ce l’hai una cicca? Le ho lasciate a casa.
-Tieni, prendi pure, - e quel tizio di provincia se ne accende una anche lui a testa china dicendo - e già dimenticavo, hai dato un occhio alla cronaca di paese? Ivan della Maria ha tentato il suicidio, con un cappio, ma non si sa bene se la corda si sia rotta o se il gancio si è staccato dal muro e anziché ammazzarsi si è fratturato una gamba e varie contusioni -È una vita di sfortune o fortune anche nelle disgrazie, anche in quelle che si sceglie.
- Ah sì, ma quello è mezzo matto, rovinato dal suo stesso fegato, ma…quando è successo?
Ieri notte, han detto nulla di grave, pochi giorni e sarà a posto. Più o meno.
- E comunque bisogna smetterla si sottovalutare i matti, se hai mai guardato bene un matto in faccia allora fallo, ha sempre lo sguardo decine di chilometri sopra gli altri.
Ciao Sam, ci si vede.

Ed io non potevo crederci, la Maria era due giorni che non la vedevo, e l’ultima volta proprio quando era stata a casa mia, l’ultima volta che ricordo quell’edizione del libro. Non ho il coraggio di chiamare, e tutto è come se tornasse, anche se tornava in modo disastroso, ed io continuo la strada davanti a me, con su le scarpe storte, che vado avanti con di fianco il muro di cemento e le frasi a vortice della Maria, che io ormai non potevo immaginare a casa delle settimane con lui senza chiamarla.
Immaginavo l’avrebbe fatto lei, e che sicuramente a pensarci quel libro oltretutto ce l’avrà lei.

Io andavo avanti e però mi continuavano a girare alcuni suoi discorsi che “tutto è possibile” che se non abbiamo nessuno che ci ama e che amiamo, in un certo senso potremo permetterci di fare tutto, e farci di tutto, quasi ogni aberrazione ”.

Ma no, di sicuro non poteva comunque essere stata lei a far in modo che quell’incidente a Ivan accadesse, ma io già la mattina, non so per quale motivo con quelle scarpe storte, che però mi portavano avanti, è come se me ne fregavo già di quello che era successo, mi preoccupavo piuttosto del libro, e dello strano caso che qualche giorno prima quando mia moglie mi ha chiesto di prenderle il porta pastiglie, nel prenderlo mi è scivolato per terra, facendo rotolare le pastiglie rosa sotto il divano, facendo aprire il porta pastiglie proprio come una conchiglia e trovandoci nella sua parte interna superiore una foto di Dostoevskij.
E io che le chiedo come mai. E lei che dice che è il suo autore preferito, come faccio ancora non sapere e fa fretta a tirar su.

Allora è come se tutto mi ricollegava, e pensavo alla Maria, al porta pastiglie al quadro nel giroscala, al libro che non c’è più.
Mi pareva un sogno, ma andavo avanti e non me ne fregava più un cazzo di niente se tanti sentimenti rognosi mi avevano tormentato in questi anni per la Maria, ora dovevo trovare al più presto un posto per pisciare.
Ormai non credevo più a nessuno, la Maria che diceva che non poteva fare senza, ma faceva senza, mia moglie che era sempre in giro, l’unica cosa che mi faceva sempre compagnia erano i libri, i libri, i libri, in qualunque momento mi facevano compagnia, durante le piogge o nei soli aridi mi sembrava potessero bastarmi, pagine, pagine infinite, di storie dappertutto.

Arrivo a casa e prima di andare a dare una mano al ber Sport, controllo la libreria, mancano tutti i libri di Dostoevskij. Mi pare un’allucinazione.
Mia moglie non ne sa nulla, la Maria non posso chiamarla.
Mi tocca andare uguale al lavoro, mia moglie mi accompagna e al tavolino del bar c’è già Ivan con il ghigno e le stampelle appoggiate ad una sedia, mi chiama e mi dice - guardando mia moglie “Hey Sam - Mica male Dostoevskij”. Strano - detto da uno che gioca sempre a bigliardino.


Gisy